Fahrenheit 451
3 Mag 2026
L’annuncio, nel medesimo anno, di due chiusure: quella della biblioteca Sormani, da parte dell’Assessore alla Cultura del Comune di Milano, e quella della storica libreria ed editrice Hoepli, da parte dell’assemblea dei soci di Hoepli Spa, dà concreta evidenza all’omologazione di un centro cittadino abbandonato dagli abitanti alla finanza, al Real Estate, allo shopping e al turismo, ma dà al contempo occasione di riflettere sul passaggio epocale dalla cultura del libro a quella dello schermo.
Editoria transgenica
Previsto da Ivan Ilich all’inizio degli anni Novanta, il fenomeno ha iniziato, almeno in Italia, a dare delle avvisaglie editoriali solo all’inizio del nuovo millennio, quando con un opuscolo anonimo intitolato Il rischio dell’editoria transgenica in Italia la casa editrice Jaca Book indirizzava ai suoi lettori una riflessione preoccupata, ma ancora fiduciosa, in merito al destino del libro e dell’editoria, qualificata “di cultura”, per distinguerla da quella delle grandi holding che in Italia stavano inglobando gli storici marchi della stampa libraria. A proposito dell’importanza di avere in commercio una saggistica “critica” si evocava il bisogno di interrogare filosoficamente gli scienziati sulle conseguenze del definire “realtà” dei parametri numerici sulla base della quali il mondo e l’uomo stesso sono spogliati delle loro proprietà qualitative e ridotti a quantità manipolabili. Oggi, più di allora, siamo esposti a questa urgenza, dal momento che appare evidente come il preteso potere acquisito dall’uomo sulla natura si riveli in realtà come il potere esercitato da una minoranza di uomini su tutti gli altri per il tramite della tecnica. Rispetto a vent’anni fa è il libro stesso, tuttavia, ad essere diventato un oggetto transgenico, erede di un glorioso passato, ne mantiene la forma, magari resa più accattivante dagli uffici del marketing, ma i cataloghi editoriali pullulano di opere che non sembrano destinate alla lettura. Si va dalle pubblicazioni accademiche, finalizzate a meri scopi concorsuali, ai libri dei politici, utili per presentarsi in qualche talk show televisivo. In Italia il numero dei titoli immessi sul mercato ha superato le 70.000 novità annue, a cui si aggiungono le ristampe. Un flusso continuo che non corrisponde a un reale bisogno o interesse dei lettori. Il risultato è un sistema dove l’offerta eccede di gran lunga la domanda e il cui nodo centrale è il meccanismo delle rese. I libri inviati alle librerie non vengono acquistati in via definitiva, ma possono essere restituiti all’editore se invenduti. Questo sistema, nato per ridurre il rischio commerciale dei librai, ha finito per generare una spirale perversa: più libri si pubblicano, più libri tornano indietro, più si alimenta la necessità di pubblicarne altri per compensare le perdite.[i]
D’altro canto, il ridursi progressivo dello spazio dedicato alle materie umanistiche e l’assorbimento delle discipline erudite nelle scienze sociali sta cancellando il loro ruolo di contraltare all’economia di mercato e alle invenzioni tecniche che, già dalla fine dell’Ottocento, si era cercato nella scienza storica e nella conoscenza delle forme e dei simboli della tradizione. Ciò è stato reso possibile dall’assorbimento, nella burocrazia statale, dell’universitas degli studenti e dei professori nata nel Medioevo, proprio al fine di tutelarne l’autonomia. Del grado di libertà accademica raggiunto con l’integrazione amministrativa delle università avevano avuto prova nel 1931 i dodici professori che rifiutarono il giuramento di fedeltà al regime fascista: licenziati e additati come antitaliani. La stessa contestazione degli anni Sessanta e Settanta al “baronaggio” ligio allo status quo ha finito, dopo mezzo secolo, per riprodurne le dinamiche sotto nuovi poteri (globali).
Fra fisica e filosofia, fra economia e antropologia, fra biologia e storia…, un’impostazione filosofica neopositivista ha eroso progressivamente il dialogo interdisciplinare riducendolo all’accumulazione di dati, che hanno come conseguenza pratica pubblicazioni sempre più settoriali e specifiche, finalizzate a carriere interne.
Nel vuoto si è progressivamente inserito come leitmotiv il tema dei diritti civili, in una sorta di eterogenesi di fini che ha condotto dal marxismo classico al post strutturalismo francese ovvero dall’ingiusta divisione dai mezzi di produzione alla denuncia dei meccanismi repressivi al linguaggio, dietro i cui assetti, artificialmente costruiti dal potere, si celerebbe una volontà di dominio da denunciare e combattere. Gli epigoni di questo approccio antepongono alle categorie aristoteliche la radicalizzazione dell’emozione, strutturata in una dimensione binaria: pro o contro, che non prevede lo sviluppo di argomentazioni.
Negli anni Novanta, il critico letterario Harold Bloom prevedeva che: “Quelli che sono oggi definiti “Dipartimenti di inglese “ saranno ribattezzati dipartimenti di “Studi culturali” in cui fumetti di Batman, parchi tematici mormoni, televisione, pellicole cinematografiche e rock sostituiranno Chaucer, Shakespeare, Milton, Wordsworth, Wallace Stevens […] Ci sono valori estetici, o sono soltanto iperdeterminazione di razza, classe e genere? Bisogna scegliere, perché, se si crede che ogni valore attribuito a poesie, lavori teatrali, romanzi o storie è solo una mistificazione al servizio della classe dominante, allora perché si dovrebbe semplicemente leggere anziché continuare a porsi al servizio dei disperati bisogni delle classi sfruttate? L’idea che si operi a beneficio dell‘offeso e del ferito leggendo qualcuno della loro stessa origine, anziché leggere Shakespeare, è una delle più balzane illusioni che siano state promosse dalle nostre scuole o in esse”.[ii]
Più della saggistica, in effetti, è la produzione letteraria a immettere valanghe di titoli sul mercato e a segnalare con questa manifestazione febbrile il precario stato di salute delle “belle lettere”.
Per quattro numeri, tra il 1983 e il 1984, il critico Giancarlo Vigorelli accolse nella “Nuova Rivista Europea” da lui diretta le risposte di quegli (oltre cento gli inviti) scrittori e uomini di cultura che avevano voluto confrontarsi col quesito: “Esiste in Italia una società letteraria?”. Nella sua icasticità, un passaggio della risposta di Alberto Vigevani rende bene il tenore medio delle risposte: “Più o meno dall’immediato dopoguerra, quando in qualche modo si frantumò, o si sfasciò del tutto la preesistente società letteraria che, pur guardando a Parigi (la “Nouvelle revue française” ecc.) aveva come centro ideale Firenze e come legante l’opposizione al fascismo (talora espressa, talora taciuta). I nostri, tuoi e miei, caffè milanesi erano in fondo dépendence di Firenze, dove ancora oggi esiste una ristretta società letteraria. Ma non altrove, a parte Roma: esiste magari un mercato letterario, una borsa coi suoi “operatori culturali”, i clans delle redazioni editoriali, quelli dei quotidiani e dei periodici, le vendite e gli acquisti degli autori di più o meno abilmente confezionati bestsellers (quando non finiscono al macero).”
È sintomatico che un’inchiesta analoga a quella di Vigorelli sia stata ripresa nel 2015 da un quotidiano in margine ad alcuni temi sollevati dallo storico della letteratura Alberto Asor Rosa, e riassumibili nell’accusa che la massa di scrittori o lo scrittore/massa espressione di indistinte storie individuali senza capacità di presa sul presente avessero ucciso la critica consegnandosi al mercato. Un’ipotesi confermata da Franco Cordelli, già intervenuto nell’inchiesta su Nuova Rivista Europea: “Oggi la frattura è totale, ed è sbalorditivo come la grande maggioranza degli scrittori non sia consapevole della propria ininfluenza. Uno può vendere mille copie oppure centomila ed è assolutamente la stessa cosa, a parte l’ovvio vantaggio economico”.[iii]
L’obbiettivo di inglobare istanze e apparati dei movimenti di contestazione in ambiti amministrativamente controllati (chi gode di sovvenzioni non si ribella più) si era declinato inizialmente nel nobile progetto di una “cultura per tutti”, in riferimento alla cultura alta, secondo l’esempio dei paesi comunisti. Ma dagli anni Ottanta, quando la ribellione contro il principio di autorità da politica era diventata estetica, si impose, in nome di una sorta di dadaismo di massa, l’abolizione di ogni canone. L’atto creativo era affidato all’individuo, dunque in qualche modo privatizzato. Ognuno, artista o consumatore, era divenuto il cardine del proprio mondo estetico.
Dietro la cortina neoromantica si era introdotto tuttavia un altro canone, surrettizio e non dichiarato, diffuso attraverso la comunicazione di massa: il canone del divertimento emotivo e istintivo, in grado di bandire la serietà dell’esistenza al fine di mantenere una costante apologia della leggerezza, che fissa i parametri della felicità sugli standard dell’euforia pubblicitaria.
Istituzioni inattuali
L’avvento di internet e il nuovo millennio hanno alimentato una rincorsa alla ridefinizione dei compiti dei tradizionali strumenti e istituzioni di cultura, in parte necessaria, ma in larga parte, si potrebbe dire, strumentale. La completa disintermediazione telematica significherebbe infatti la fine dell’idea stessa di cultura che presuppone proprio la mediazione con il reale, surrogato in molti casi dal suo calco digitale.
A farne in primo luogo le spese sono state, ad oggi, le biblioteche in quanto contenitori di quei libri, di cui si immaginava il declino, fino alla loro scomparsa, a vantaggio dell’equivalente elettronico: l’e-book.
L’IFLA International Federation of Library Associations and Institutions, “Federazione internazionale delle associazioni e istituzioni bibliotecarie” ha lanciato nel 2017 una campagna consistente nell’individuazione degli obiettivi delle biblioteche pubbliche per le quali si dava per certo il ridimensionamento delle funzioni di informazione immediata a vantaggio dei motori di ricerca, salvo poi tentare in qualche modo di recuperare quel ruolo assegnando alle biblioteche il compito di favorire le competenze informative (information literacy), ovvero in qualità di nodi della rete dove si media la rete stessa.[iv]
Per dirlo con le parole di un guru americano della biblioteconomia è importante «comprendere che l’idea di biblioteca come un insieme di manufatti è un’idea in via di estinzione da più di quarant’anni», e che, alla fine, la nuova collezione è costituita, alla lettera, dai «membri della biblioteca», e che dunque «la vostra comunità è la vostra collezione ».[v]
Già dalla formulazione di queste analisi, e senza vagliarne i successivi sviluppi, verrebbe da porsi una domanda, più o meno in questi termini: se la situazione della conoscenza è quella descritta perché operare tentativi teorici e pratici all’unico scopo di salvare un’istituzione già morta?
Il problema è più generale rispetto a qualsiasi nostalgia passatista verso istituzioni venerande ed è legato all’aleatorietà della dimensione egotica alimentata dall’individualismo vetero e neoliberale. Siamo in realtà tutti il prodotto di una combinazione genetico-culturale, e ciò significa che le nostre caratteristiche personali non ce le siamo dati da soli e che la nostra mediazione con il mondo avviene per il tramite di storie sulle quali abbiamo poco controllo.
Il fatto che, fino all’era della telematica, non si fosse sentito il bisogno di distinguere tra parola e comunicazione dipendeva dalla loro coincidenza, appartenente, come affermato da Hans Gadamer, non «alla sfera dell’io ma del Noi. […] poiché la realtà spirituale del linguaggio è quella del pneuma, dello spirito che unisce l’io al Tu. La realtà della lingua consiste, come si è notato da lungo tempo, nel colloquio».[vi] In un simile contesto anche la lettura costituiva un dialogo, ininterrotto attraverso i secoli, per il tramite di un canone letterario, termine non a caso mutuato dalla teologia e dall’esegesi, per le quali nel canone del testo biblico si manifesta Dio stesso.
La comunicazione, per come la intendiamo, è invece legata alla diffusione capillare della tecnologia informatica che ha progressivamente portato alla nascita di un sistema caratterizzato dalla sostituzione del decisore umano con software, ai quali fa da riscontro a livello individuale l’approccio della psicologia cognitiva, che interpreta la mente come un sistema complesso in grado di elaborare informazioni secondo determinati programmi comportamentali capaci di interagire con l’ambiente. “Da un lato l’informatizzazione della società accelera la sua denarrativizzazione. Dall’altro, all’interno dello tsunami dell’informazione, cresce il bisogno di senso, identità e orientamento, cioè il bisogno di illuminare la selva oscura dell’informazione nella quale richiamo di perderci. L’attuale profluvio di modelli narrativi effimeri, incluse le teorie complottistiche, e lo tsunami dell’informazione sono, in ultima analisi, due facce della stessa medaglia. All’interno del mare di informazioni e di dati andiamo alla ricerca di un ancoraggio narrativo.”[vii]
Rispetto a un settore culturale diventato ormai fornitore di servizi finalizzati alla coesione sociale, agli aiuti allo sviluppo, nonché funzionale all’incremento del prodotto interno lordo, principalmente in abbinamento col turismo, “Più che mai abbiamo bisogno”, affermava Marc Fumaroli,” di quelle «università eccellenti» dove chi ne abbia la vocazione possa studiare gli autori antichi, i monumenti di un‘arte e di una saggezza contrarie ai nostri pregiudizi, e questo non solo per amore della conoscenza, ma per un’igiene morale e civica salutare. Il destino delle lettere e delle arti è legato a questa memoria erudita e al suo insegnamento”.[viii] I maestri (buoni o cattivi) sono invece stati sostituiti da professionisti della cultura, ratificatori delle scelte del potere, “masse di scriventi da cui ben di rado si distaccano figure di scrittori e studiosi all’altezza delle necessità del nostro tempo, che i più avvertiti giudicano estremamente critico”.[ix]
L’obiettivo sociale di pervenire al più alto grado possibile di accordo, estendendo il più possibile il riferimento a un “noi” collettivo ha finito col trattare la stessa ragione e i connessi concetti di “verità” e “oggettività” come un prodotto della cultura occidentale da superare in nome di un indifferenziato abbraccio ecumenico che cerca di fare tabula rasa del passato, di tradizioni millenarie e delle peculiarità dei popoli.
Se da un punto di vista sociale l’individuo rappresentava già una rottura rispetto alla complessità relazionale della persona, il suo profilo telematico ne costituisce il calco tecnologico, derivante dall’accumulo e dal successivo assemblaggio di dati da parte delle aziende del big tech e dei social network.
Broker di dati lavorano in effetti alla costruzione del profilo di ogni abitante del pianeta: comportamenti di voto, fedine penali, profili sanitari insieme a preferenze di acquisto, geolocalizzazioni e quant’altro sono accorpati e venduti a banche, assicurazioni, emittenti di carte di credito, aziende di servizio sanitario e governi.
A differenza dell’individuo, il “profilo” non ha neppure una soggettività, una psicologia, una verità interna sue proprie ma viceversa ha una valenza sociale e politica di immediata evidenza in termini di controllo sociale e del cosiddetto capitalismo della sorveglianza. Al servizio di questo sistema alle tradizionali professioni della cultura: insegnanti, ricercatori, bibliotecari, orchestrali, librai, editori, conservatori, ecc., sta subentrando un parastato politicamente motivato e orientato in continua crescita che opera sulla base di un’ideologia globale del politicamente corretto: un mix di immigrazionismo, gender, veganesimo, supportati dalla neolingua dell’eufemismo.
Coloro, e sono numerosi, che dalle loro originali funzioni passano all’agit-prop si comportanto come quel personaggio del romanzo L’immortalità di Milan Kundera: Paul, un brillante giurista che, fra le sue attività, anima una rubrica radiofonica su una radio privata. Quando i pubblicitari intervengono sul proprietario dell’emittente per garantire gli investimenti necessari alla sopravvivenza della radio, una delle condizioni poste è proprio la fine della rubrica giuridica. Ancora ignaro, Paul si lancia in un ennesimo paradossale attacco alla cultura europea che, col dare forma alla dimensione tragica dell’esistenza, si sarebbe resa responsabile delle innumerevoli guerre che hanno scandito la Storia del continente, meritando, insieme alla notizia del licenziamento, la sarcastica risposta dell’interlocutore: “Se è la fine per la grande cultura, è la fine anche per te e per le tue idee paradossali, perché il paradosso come tale appartiene alla grande cultura e non al balbettio dei bambini. Mi ricordi quei giovani che in passato aderirono al nazismo o al comunismo […] per eccesso di intelligenza. Niente infatti richiede una maggiore attività di pensiero di un’argomentazione volta a giustificare la supremazia del non-pensiero. Io ho avuto la possibilità di constatarlo con i miei occhi e sulla mia pelle dopo la guerra, quando intellettuali e artisti entravano come fessi nel partito comunista, che poi con grande piacere li liquidava tutti sistematicamente. Tu fai la stessa cosa. Tu sei lo spiritoso alleato dei tuoi stessi becchini”.
[i] G. Midei, I roghi dei libri sono reali in Italia: il lato oscuro dell’editoria, “L’indipendente”, 4 aprile 2026 <https://www.lindipendente.online/category/cultura/>.
[ii] H. Bloom, Il canone occidentale, Milano, Bompiani, 2000, pp. 459, 463.
[iii] N. Delbecchi, “È finita e il colpo di grazia l’ha dato Umberto Eco”, “Il fatto quotidiano”, 15 agosto 2015.
[iv] M. Guerrini, Le biblioteche nella cultura europea contemporanea, “Biblioteche oggi”, n. 2 (2017), http://www.bibliotecheoggi.it/trends/article/view/740.
[v] Cit. da D. Lakes, Atlante, in M. Vivarelli, C’è bisogno di collezioni? Teorie, modelli, pratiche per l’organizzazione di spazi documentari connessi e condivisi, ”Biblioteche oggi”, n. 1 (2015), < http://www.bibliotecheoggi.it/trends/article/view/38>.
[vi] H. Gadamer, Uomo e linguaggio, ora in Verità e Metodo, volume 2, Milano, Bompiani, 1993, p.120.
[vii] Byung-chul Han, La crisi della narrazione. Informazione, politica e vita quotidiana, Torino, G. Einaudi, 2024
[viii] M. Fumaroli, Lo Stato culturale. Una religione moderna, Milano, Adelphi, 1993, p. 308.
[ix] Dall’introduzione di Goffredo Fofi a La delinquenza accademica, Roma, E/O, 2021.
G. Gigerenzer, Perché l’intelligenza umana batte ancora gli algoritmi, Milano, R. Cortina, 2023, p. 205.