Gli Antitaliani. Geofinanziaria degli apprendisti stregoni

10 Ago 2026

Nella scena che apre il film di Luis Buñuel “Il fantasma della libertà”, nella quale è messo in scena il celebre dipinto di Goya, Tres de majo, un patriota spagnolo sussurra la frase “Viva la cadeña” prima di essere fucilato. “Vivan las cadeñas” (viva le catene!) aveva effettivamente esclamato il popolo spagnolo nel 1814 al ritorno di Ferdinando VII, dopo aver provato l’invasione francese e le sue “libertà”. Ma “Vivan las cadeñas” devono aver pensato a più riprese anche i nostri governanti: soprattutto tecnici di lungo corso come Guido Carli, che, giovane consigliere d’amministrazione dell’Ufficio italiano dei cambi al seguito di Alcide De Gasperi, aveva già assistito, nel 1947, all’umiliante consegna di un assegno da 50 milioni di dollari da parte del segretario al tesoro americano al nostro presidente del consiglio.

Al momento della firma del trattato di Maastricht nel 1992, Carli dichiarava senza mezzi termini che, senza un vincolo esterno, in grado di frenare le nostre politiche di bilancio, non saremmo stati in grado di amministrarci.[i]

L’efficacia della delega a entità sovranazionali delle decisioni di politica economica ci ha tuttavia ricondotto, a un quarto di secolo di distanza, all’aggiornamento della “tassa sul macinato”, ossia all’imposta introdotta nel 1868 dal giovane Regno d’Italia, e abrogata solo nel 1884, calcolata in base alla quantità di cereale macinato (bene primario per eccellenza non diversamente dal riscaldamento domestico durante l’inverno).

La misura ideata da Quintino Sella aveva peraltro come scopo dichiarato ed effettivo quello del risanamento della finanza pubblica. L’interruzione delle principali forniture energetiche, attive fino al 2022, in vista di una loro improbabile sostituzione con fonti cosiddette green ha invece imposto una brusca frenata al prodotto interno lordo tedesco e quindi all’intera area euro a favore delle economie (o più propriamente delle multinazionali) di quei paesi che avevano posto le condizioni per la guerra in Ucraina. Al seguito del colpo d’ala dato dal conflitto all’ultraliberismo si colloca del resto anche la riforma fiscale italiana, che solo nella messinscena mediatica si attribuisce alla libera iniziativa dei governi in carica (vedere alla voce Agenda Draghi). Dietro alla cortina delle continue emergenze sta infatti passando una colossale operazione culturale che mira a cancellare la differenza sostanziale tra imposte dirette e indirette. Con una spesa pubblica vicino ai 1.100 miliardi di euro annui, coperta per meno della metà dalle entrate tributarie, una flat tax generalizzata obbliga a ulteriori pesanti tagli suppliti in parte dalle privatizzazioni e dalle previdenze complementari: sanità, istruzioni e pensioni private, a loro volta affidate alla finanza speculativa. La “mano invisibile” dell’ordine neoliberale appartiene meno alla teoria economica che a un sistema totalizzante nel quale sfumano le tradizionali differenze tra nazionale e internazionale, pubblico e privato, economico e politico

 

Privatizzazioni

Non a caso la partita era cominciata proprio nel 1992 con una violenta crisi valutaria, la cui effettiva gravità è ancora oggetto di discussione, probabilmente sopravvalutata,[ii]  che determinò l’uscita dal Sistema monetario europeo dell’Italia e del Regno Unito. Alla crisi le nostre autorità risposero con una serie di provvedimenti di evidente impostazione neoliberista, tesi a imbrigliare la spesa e ad avviare il processo di privatizzazione delle imprese pubbliche. L’accordo fra il nostro ministro degli esteri Beniamino Andreatta e il commissario europeo Karel Van Miert costituì di fatto un commissariamento dell’Italia, al quale, per tranquillizzare i mercati finanziari, fu sacrificato l’IRI trasformato in S.p.a. L’istituto era arrivato in effetti sull’orlo del fallimento per la gestione disinvolta operata, specie nel corso degli anni Ottanta, in modo più o meno occulto dalle segreterie dei partiti, ma aveva anche le risorse per il proprio risanamento. Lo status pubblico-privato non poteva del resto costituire una discriminante dal momento che per analoghi enti come la KfW-Kreditanstalt für Wiederaufbau tedesca e la Caisse des dépòts et consignations (Cdc) francese non si è mai parlato di privatizzazione.[iii] All’Italia fu invece imposto il termine perentorio di tre anni per dismettere centinaia di aziende attive nei più vari settori e ciò nonostante imponenti aiuti di Stato continuassero ad essere erogati alle grandi aziende private sotto le più diverse voci. I risultati delle privatizzazioni sono stati sul lungo periodo generalmente catastrofici, a cominciare dall’industria agro-alimentare che ha visto lo smembramento della SME, un gruppo che raccoglieva aziende private salvate dal fallimento come Motta e Alemagna ma che aveva saputo unire produzione e grande distribuzione con GS e Autogrill, e i cui satelliti sono finiti in mano straniera, mettendo il nostro settore agricolo in uno stato permanente di minorità.

Esemplare per la modalità di gestione delle privatizzazioni è stata la vicenda di Telecom Italia, avviata nel 1997 con il primo governo di Romano Prodi, già protagonista da presidente dell’IRI negli anni Ottanta dell’indebitamento dell’ente e poi della sua dismissione nel 1993-1994. Il gigante da oltre centomila dipendenti passò sotto il controllo di un nucleo di azionisti privati, guidato dagli Agnelli con appena il 6,62% del capitale. Nel 1999 ci fu l’Opa dei cosiddetti “capitani coraggiosi” guidati da Roberto Colaninno di Olivetti che, per i miliardi necessari all’operazione, dovette vendere Omnitel (la telefonia mobile italiana) a Mannesmann per poi cedere anche Telecom, ormai in declino, a Marco Tronchetti Provera. La gestione privata di Telecom si limitò a tagliare i costi industriali per compensare la contrazione dei margini e continuare a remunerare gli azionisti. “Nel decennio 1998-2007, soprattutto a opera delle gestioni di Colaninno e Tronchetti, gli azionisti hanno spremuto dall’azienda 64 miliardi di euro tra dividendi, acquisti di azioni proprie, due offerte pubbliche d’acquisto di minoranze azionarie di Telecom e Tim e i debiti della scalata del 1999 scaricati dalle società azioniste su quelle operative, a valle. Un’appropriazione non indebita – e proprio questo è il grave – che non ha eguali nella storia del capitalismo italiano né in quella degli ex monopoli del settore in Europa”.[iv]

 

Moneta unica

Ma il Trattato di Maastricht, prima ancora che un atto di politica economica, rappresentava la fine dell’idea di un’Europa federale, pur celata dietro il funzionalismo economico, a favore di una confederazione fondata su accordi intergovernativi, necessariamente condizionata da rapporti di forza. Pochi anni dopo, un’altra decisione di politica economica, strettamente legata a Maastricht, fu presa da un altro tecnico della Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi: l’adozione dell’euro fin dalla prima ora.  Sull’ingresso nella moneta unica giocarono le preoccupazioni per il progetto della Lega Nord, teorizzato da Gianfranco Miglio, relativamente alla divisione dell’Italia in tre Cantoni. In questo senso l’adozione tempestiva della nuova

valuta sarebbe dovuta risultare una panacea per l’economia dell’intero Paese, salvaguardando al contempo l’impianto amministrativo (e quindi senza toccare posizioni e rendite politiche, pur sancendone la crescente superfluità) dello Stato risorgimentale. In realtà, l’aver fissato il tasso di conversione in euro della lira italiana in 1936,27 lire, senza adeguati controlli sui prezzi, ha dimezzato in pochi mesi il potere d’acquisto di chi vive di redditi da lavoro dipendente. Quanto alle precondizioni postulate per l’ingresso nella moneta unica: la flessibilità nel mercato del lavoro si è tradotta in una diffusa precarietà; gli investimenti da parte del capitale privato sono invece rimasti sulla carta, e altrettanto è accaduto con la revisione della spesa pubblica.[v]

Come tutti i paradigmi non scientifici il neoliberismo è un’ideologia non falsificabile. Come afferma un capitano di lungo corso della finanza transazionale, Mario Draghi, nel suo ultimo libro: UE ed euro sarebbero stati la panacea ma… “L’Europa si è affidata ai mercati per svolgere un compito che l’autorità politica comune non era stata messa in condizione di eseguire. A quegli stessi mercati, però, abbiamo negato la scala continentale di cui avevano bisogno per prosperare. Il risultato è stato non una vera economia di mercato, ma un’economia asimmetrica. E da questa asimmetria derivano molte delle vulnerabilità che l’Europa si trova oggi ad affrontare”.[vi]

A esporre questa analisi non è un giovane laureato in economia finanziaria ma chi, in qualità di direttore generale del Tesoro, il 2 giugno 1992, pochi mesi dopo la firma del Trattato di Maastricht, sul panfilo reale Britannia attraccato nel porto di Civitavecchia, presentava a un selezionato uditorio internazionale (Goldman Sachs, Warburg, Merrill Lynch, British Invisibles e altre grandi banche) il piano italiano per fare cassa mediante cessione delle principali aziende pubbliche.

Nel suo discorso di congedo dalla BCE (2019), Mario Draghi, nel ribadire che l’euro era nato come un “progetto eminentemente politico”, tappa inevitabile per dare futuro al progetto europeo, ha avallato del resto, inconsapevolmente, il sospetto che l’inchiesta “Mani Pulite” sia stata un colpo di Stato nei confronti di una classe dirigente (corrotta), ma non disposta a ulteriori cessioni di sovranità da parte dell’Italia e della volontà politica operante nel 2011 dietro l’impennata dello spread che determinò la fine del governo Berlusconi.

 

Tecnica del Colpo di Stato 

Negli anni Trenta, Curzio Malaparte aveva analizzato la tempestosa situazione politica europea seguita al Primo conflitto mondiale e si era riproposto di aggiornare le tesi di Machiavelli relative alla conquista del Principato. Un esito che aveva assunto, nel corso dell’Ottocento, il nuovo nome di “colpo di Stato”, a partire da quel 18 brumaio 1797 nel quale Napoleone Bonaparte, pur conservando tutte le apparenze della legalità, aveva sostituito il Direttorio con una dittatura, inaugurando di fatto una storia già lontana dagli esempi illustri dell’età classica.

Nel Novecento il lucido e compiuto teorizzatore del colpo di Stato era stato Lev Trockij. Se Lenin, secondo Malaparte, fu lo stratega, l’ideologo, l’animatore dell’insurrezione d’Ottobre, essa fu tuttavia diretta e organizzata da Trockij.

“L’insurrezione è una macchina, dice Trotzki: occorrono dei tecnici per metterla in movimento, soltanto dei tecnici possono arrestarla. La messa in moto di questa macchina non dipende dalle condizioni generali del paese, da circostanze eccezionali quali potrebbero essere una crisi rivoluzionaria giunta al punto di maturazione, lo spirito di rivolta delle masse proletarie spinto all’esasperazione, un governo impotente a far fronte al disordine politico, sociale ed economico. L’insurrezione non si fa con le masse: ma con un pugno d’uomini pronti a tutto, allenati alla tattica insurrezionale, esercitati a colpire rapidamente e duramente i centri vitali dell’organizzazione.”[vii]

Per quanto rapido, e relativamente indolore, il meccanismo approntato da Trockij manteneva una coreografia politica che la moneta unica ha perso, in un certo senso perfezionandosi rispetto al suo stesso modello, per trovare piena applicazione in ambiti nei quali la politica si declina nei termini dell’economia come accade nell’Unione europea.

Il fallimento delle “primavere arabe”, l’elezione di Donald Trump, la Brexit, l’ascesa dei partiti “sovranisti”, e successivamente la guerra in Ucraina avevano tuttavia indotto i gruppi di potere occidentali che fanno riferimento alla finanza transnazionale a ritenere che la situazione stesse andando fuori controllo. Il panico ha condotto a scambiare la causa con l’effetto: la comunicazione via internet, anche se quasi monopolizzata da giganti del Web fiscalmente ricattabili, era parsa troppo facilmente infiltratile da (sic!) fake news.  Il 20 febbraio 2019, il presidente francese Emmanuel Macron, assediato dal movimento protestatario dei Gilet Gialli, proponeva pertanto di perseguire chiunque si facesse interprete di opinioni “antisemite” e contestualmente scioglieva d’imperio alcune organizzazioni politiche giudicate di estrema destra come Bastion social, probabilmente per sottrarre una sponda politica all’opposizione popolare.

In Italia, il giorno dell’insediamento del nuovo governo Conte (2019), venivano cancellati dai social media decine di siti legati a Casa Pound con le relative fake, atte a diffondere odio e violenza in contrasto con i principi delle piattaforme ma, dal momento che il nuovo esecutivo continuava a non godere di eccessiva simpatia da parte dell’elettorato, che aveva visto ribaltato l’esito elettorale, aveva già mosso i primi passi una rivoluzione colorata (preventiva) tutta italiana: le Sardine. Poi è arrivata la pandemia… e con la pandemia Mario Draghi è diventato Presidente del Consiglio di un governo di unità nazionale.

Come ha insegnato, e come continua a ricordarci il banchiere, l’euro (e il progetto politico annesso) sono un destino ineluttabile.

Il riscatto europeo promosso dalle Commissioni von der Leyen è del resto in singolare sintonia col pensiero di Draghi: un direttorio costituito dalla Commissione stessa e dai governi dei Paesi più forti (Germania e Francia) che promuova, anche per tutti gli altri, la centralità della finanza e una ripresa produttiva limitata a determinati settori ai quali assegnare la priorità pressoché assoluta, in primo luogo, nella destinazione delle risorse.[viii]

La soluzione proposta mira a far nascere nel più breve tempo possibile un mercato unico dei capitali in Europa dove fare confluire il risparmio dei cittadini: circa 750-800 miliardi di euro l’anno tra capitali pubblici e privati, per fare concorrenza agli Stati Uniti sul loro stesso terreno.

La politica degli Stati Uniti non prevede tuttavia alcuna capacità redistributiva delle ricchezze e obbliga anche la parte meno abbiente della popolazione a tentare di tutelarsi in ambiti come quello sanitario o pensionistico attraverso fondi finanziari che alimentano bolle speculative in grado di assicurare rendite cospicue solo sul breve periodo.  “In tale ottica, l’Europa è apparsa a lungo, e in parte appare tuttora nonostante l’uragano Trump, meno “competitiva” in termini finanziari perché frammentata politicamente e, per fortuna, ancora innervata da sistemi di sicurezza sociale”.[ix]

Del resto, affidare alla logica finanziaria la scelta di obiettivi comuni determina la contraddittorietà politica di questi ultimi, di cui è testimonianza il libro di Draghi. Non potendo rinnegare di punto in bianco il Green Deal è stato necessario abbinare la rinuncia al gas russo con la ricerca di alternative alle fonti energetiche fossili che, oltre la costosa ed esteticamente orrenda favola delle energie rinnovabili, prevedono un’unica soluzione: l’energia nucleare. Ancora più complesso accompagnare la lotta al cambiamento climatico, fondata sulla riduzione delle emissioni di anidride carbonica, con la riconversione bellica dell’industria pesante (soprattutto tedesca) e con la creazione di una rete di data center per la creazione di un’economia innervata dall’IA: autentiche isole di calore che prevedono sistemi di raffreddamento con un fabbisogno d’acqua paragonabile a quello di città di media estensione.

Anche il patriottismo “finanziario” nei confronti degli States si è rivelato poco di più di un escamotage retorico. Pesano le partecipazioni incrociate: “i grandi fondi possiedono azioni di altri fondi, di banche e assicurazioni che a loro volta sono azionisti degli stessi fondi. State Street, Vanguard e Black Rock, di fatto, si controllano a vicenda, essendo fondi di fondi senza alcuna trasparenza e presentando al loro interno numerosi incroci. […] Alla luce di tutto ciò una “guerra finanziaria” tra Europa e Stati Uniti per il risparmio gestito risulta assai complessa ed è da queste constatazioni che è nata l’inevitabile ricerca di un compromesso”.

 

Mes, Sure, Bei, Recovery fund, Pnrr, Safe sono gli strumenti finanziari, prestiti sub conditione “per incentivarci alle riforme”, come viene eufemisticamente dichiarato, anche se la sostanza di quelle riforme è già nota: ulteriori svendite del patrimonio nazionale in ogni sua forma, magari anche territoriale; un accorciamento delle filiere produttive strategiche, rivelatesi vulnerabili con la pandemia, mantenendo entro i confini europei attività a rischio con salari abbassati, da trasferire nel Mezzogiorno o in quei territori nei quali l’indebolirsi dei legami sociali aveva già consentito agli investitori di penetrare con facilità, con costi di insediamento minimi e con poche obiezioni ecologiche. Il fatto che nel 2026 l’Italia diventerà il Paese dell’Eurozona con il più alto rapporto debito/PIL (circa 138,6%), superando la Grecia (previsto al 136,8%) ci candida a una soluzione ucraina, almeno da un punto di vista economico. Dopo i disastri dell’abusivismo e delle grandi opere, i nostri terreni agricoli saranno coperti da pannelli di silicio, le nostre coste trasformate in parchi eolici, le nostre città circondate da cinture di data center. Per guidare la transizione i mercati hanno già trovato la candidata: Elly Schlein. Giorgia Meloni per quanto disponibile ad ogni compromesso è troppo compromessa dalla sua origine tutta italiana.

Da dodici anni ai patrioti nostrani è perfino negata la soddisfazione di sventolare il tricolore e di cantare l’inno alle partite dei Mondiali di Calcio.  Certo continueremo a mantenere un ceto politico patriota pro domo sua, magari un po’ ridotto nel numero… Ma su quest’ultimo punto è meglio non peccare per eccessivo ottimismo.

 

 

[i] P. Dardot, C. Laval, La nuova ragione del mondo. Critica della razionalità neoliberista, Roma, DeriveApprodi, 2013,, pp. 358-359.

[ii] R. Artoni, Un profilo d’insieme, in Storia dell’IRI, vol. 4: Crisi e privatizzazione, 1990-2002, a cura di R. Artoni, Roma-Bari, Laterza, pp. 35-38.

[iii] M. Mucchetti, L’ultimo decennio, revisione di una liquidazione sommaria, in Storia dell’IRI, ibidem, Roma-Bari, Laterza, pp. 545-547.

[iv] M. Mucchetti, ibidem, pp. 594-595.

[v] P. Peluffo, Ciampi volle l’euro per salvare l’unità d’Italia, in Il muro portante, “Limes”, 10 (2019), pp. 113-122.

[vi] M. Draghi, Competere o sparire. Per un nuovo paesaggio europeo, Milano, Rizzoli, 2026, pos. 275 <ebook>.

[vii] C. Malaparte, Tecnica del colpo di Stato, Milano, Adelphi, 2011, p. 177.

[viii] A. Volpi, La guerra della finanza. Trump e la fine del capitalismo globale, Roma-Bari, Laterza, 2026, p. 18

[ix] A. Volpi, ibidem, p. 25.

A. Volpi, ibidem, p. 26.

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