Babele

2 Giu 2026

Nel descrivere l’attitudine delle comunità umane nei confronti della tecnica papa Leone XIV ha adoperato due “icone” bibliche: la costruzione della torre di Babele (Gen, 11, 1-9) e la ricostruzione delle mura di Gerusalemme (Ne, 2-6). L’attitudine innata che attribuisce maggiore visibilità del male rispetto al bene non necessita di dilungarsi sul primo notissimo episodio che vede gli uomini concepire un progetto architettonico, che è al contempo un progetto politico “globale” di unificazione linguistica e tecnologica, votato al fallimento dal suo stesso intento di “scalata al cielo” intrapresa senza la benedizione di Dio. Il secondo evento, ignoto ai più, si colloca invece dopo il ritorno a Gerusalemme dall’esilio babilonese di una parte del popolo di Israele. Di fonte alla città distrutta il profeta Neemia non “impone soluzioni dall’alto. Convoca le famiglie, affida a ciascuna un tratto di muro da ricostruire, ascolta le paure, coordina gli sforzi, fronteggia le opposizioni […] E un’opera che ha Dio al centro e ricostruisce i legami prima ancora delle pietre”.[i]

Se, nella realtà contemporanea, ci troveremmo in grande imbarazzo a individuare chi e dove stia ricostruendo le mura della nuova Gerusalemme, la gestione della crisi pandemica da Covid-19 esemplifica la tentazione di Babele veicolata dalle tecnologie digitali

 

Miguel Benasayag, filosofo e psicanalista argentino naturalizzato francese, ha dato in questo senso un’interpretazione interessante, relativamente alla forzata presa d’atto del passaggio, peraltro già avvenuto, dalla Modernità all’epoca della Complessità. Prima della pandemia la difficoltà teoretica di certe categorie motivava il contrasto tra l’interpretazione del mondo accolta da una ristretta élite intellettuale e il resto della società che ha vissuto (e vive) adottando parametri culturali di età precedenti. L’universo fisico è infatti visto da molti ancora con gli occhi degli architetti della sua versione meccanicistica seicentesca: irresistibile semplicità di un paradigma, che aveva separato la mente dagli enti, fornendo la spiegazione a lungo sognata del funzionamento del mondo in analogia con quello di un gigantesco orologio. A questa visione cosmica si era adattata un’antropologia, che è ancora in gran parte quella corrente.

 

Complessità

Ma già dagli anni Settanta il sociologo Niklas Luhmann aveva individuato nella sovrabbondanza di azioni comunicative in riferimento al volume limitato recepibile da un singolo individuo, un problema, o per meglio dire una complessità comunicativa, sinonimo di eccesso quantitativo delle possibilità offerte che non possono essere contemporaneamente attuate.

La lettura unitaria di una società ha dovuto dunque passare attraverso il concetto di “complessità” che indica la possibilità di descrivere l’unità ricorrendo alla distinzione fra i suoi elementi e alle relazioni di cui si compone.

Col crescere del numero di elementi, la possibilità di collegarli fra loro raggiunge un limite, legato a ciò che è pensabile. Prima di tale soglia esiste una complessità compatta: tutto è in connessione con tutto, al di là, la complessità si costituisce sempre in modo selettivo al fine di diminuire la complessità stessa del contesto osservato.

La ridondanza di dati, in primo luogo statistici, dà spazio a interpretazioni divergenti, quando non contrastanti, abbinate ad altrettanto contrastanti e divergenti news al punto da rendere tutto un unico poliedrico evento che, nell’esempio adoperato da Benasayag, non è la pandemia in sé, ma la risultante di più elementi e vettori, quali la pandemia ai tempi della complessità, la gestione algoritmica del mondo e l’utilizzo dei big data per affrontarla […] Bisogna pensare “l’evento come la risultante di diversi vettori e variabili che agiscono all’interno di un sistema multi-agente e che tendono allinfinito, causando limpossibilità di enumerarli e conoscerli tutti quanti.[ii]

Non esiste una teoria scientifica della complessità ma negli ultimi decenni si è registrato un notevole sviluppo in questo settore di studi e ricerche che partono dalla constatazione dell’esistenza di una classe di sistemi caratterizzati da «un comportamento dinamico qualitativamente diverso sia dalla semplice stabilità sia dal caos»,[iii] suscettibili di essere descritti matematicamente alla stregua dei sistemi fisici.

L’eccezionalità dei modelli lineari, nella descrizione efficace della realtà fisica, non aveva impedito loro di godere di grande fortuna negli ultimi tre secoli: la dinamica di un sistema generale risulta essere la semplice somma dei sottosistemi che lo costituiscono, esprimibili nella forma matematica delle equazioni differenziali lineari, cioè di equazioni nelle quali l’introduzione di variabili nei valori iniziali causa variazioni che seguono leggi esponenziali nel processo dinamico, rendendolo quindi facilmente prevedibile.[iv] Non è invece stato possibile caratterizzare univocamente dal punto di visto matematico la classe dei cosiddetti sistemi ibridi, definiti anche sistemi complessi adattivi, ossia sistemi aperti formati da numerosi elementi «che interagiscono fra loro in modo non lineare e che costituiscono un’entità unica, organizzata e dinamica, capace di evolvere e adattarsi all’ambiente».[v] Sistemi di tal genere non possono essere descritti secondo una dinamica lineare, che non lascia emergere quelle strutture autorganizzative e autoriproducenti, analoghe al comportamento degli organismi viventi, e che necessitano per essere compresi del superamento dell’approccio riduzionista adottato dalla scienza classica a partire dal Seicento, e mantenutosi fino al XX secolo. Anche se si ipotizza che la complessità non sia attribuibile al sistema ma all’esistenza di cause e variabili non identificate, pur sempre operanti in modo deterministico, la reazione a uno stimolo da parte di un sistema complesso non avviene senza coordinazione fra le sue parti, a differenza di un sistema lineare, infatti, vi traspaiono nuove configurazioni imprevedibili. Questo aspetto è di particolare rilevanza per quanto riguarda la descrizione dei sistemi sociali, per i quali non esiste in effetti una formulazione matematica rigorosa e attendibile, ma solo un’approssimazione operata tramite equazioni differenziali non lineari.[vi]

Le discipline economiche, ad esempio, producono conoscenze che non portano a leggi universali, collegando ipotesi comportamentali specifiche a conclusioni particolari, valide solo in un ambiente schematizzato, “laboratorio matematico” lontano dalla variabilità e mutevolezza della società, ma esse corrispondono alla necessità di trovare delle ricorrenze nella fenomenologia percepita, selezionando solo le informazioni utili. La tentazione di ricondurre a un metodo “scientifico” di analisi non soltanto l’economia e la sociologia ma anche la “scienza politica” non è venuta meno di fronte alla constatazione che il numero di variabili prodotte da un fenomeno sociale è troppo elevato perché un osservatore sia in grado di controllarle.  L’obiettivo utopico si fonda sulla constatazione che se, in un dato momento, fossero note tutte le variabili che compongono un particolare sistema, il trattamento di dati operato dai computer potrebbe attraverso opportuni algoritmi spiegare e prevedere lo sviluppo anche dei sistemi non lineari.

Si manifesta così, in primo luogo, la “nostalgia” della visione del reale (e del modo di affrontarlo) semplificata propria della Modernità. Anche se, riprendendo la trattazione di Benasayag: Non esiste più un soggetto (noi) estratto dal mondo, che si trova di fronte un oggetto (la pandemia), su cui può agire: noi stessi e i nostri comportamenti siamo un vettore, un elemento tra i numerosi che compongono il sistema da cui emerge la risultante (l’evento). I vettori che intervengono in una tale situazione, come abbiamo già scritto, tendono all’infinito e sono impossibili da enumerare e conoscere. Ciò che è certo è che danno luogo a una risultante, ciò che chiamiamo levento (che erroneamente identifichiamo soltanto con la pandemia di Covid-19), che è un orizzonte dal nucleo oscuro, non rappresentabile e non prevedibile. Il carattere di non-prevedibilità è dato anche dal fatto che levento ha luogo in un mondo complesso in cui anche il comportamento degli esseri umani è uno dei vettori […]  Certo, qualche modello è riuscito ad approssimarsi meglio di altri alla realtà e a consigliare le misure più adatte, ma va considerato che i modelli elaborati hanno prodotto previsioni in ogni direzione. Se governare è prevedere, possiamo affermare con convinzione che oggi il mondo non sembra governato da nessuno e in nessun modo.[vii]

Da un universo dominabile in termini meccanici si è così passati a un universo in-governabile secondo criteri informatici: colossale sistema indefinito, riempito di costanti statistiche,[viii] che il minuscolo operatore umano, armato di amplificatori elettronici di potenza logica, è chiamato a ricercare. L’uomo della strada ha assistito alla sostituzione delle reti di comunicazione di linguaggio naturale, a viva voce, con reti di comunicazione in linguaggio artificiale, autonome rispetto ai rapporti interpersonali, ed è sempre più condizionato dal crescente peso e mutevolezza delle loro interdipendenze a livello planetario.[ix]

 

Il gene egoista

Chiuso nel suo “guscio mediatico” l’individuo, in continua comunicazione attraverso telefoni cellulari, e-mail, internet, perde progressivamente interesse per il suo vicino concreto e sempre più spesso preferisce valersi e identificarsi con le tecniche a sua disposizione piuttosto che distanziarle. Parole, immagini, contatti vengono incamerati da un unico (lo smartphone) o al più da un paio di dispositivi, in modo più o meno effimero, concretizzandosi poi nei modi e nelle circostanze più diverse, evanescenti comunque rispetto ai dati concreti e materiali e alle esperienze vitali che pure le parole parrebbero suggerire. La circolazione infinita di messaggi infiniti è ormai un processo autoreferenziale, anche se non sempre ineluttabile, piuttosto imposto da un uso ideologico delle tecnologie della comunicazione, che si esplicitano esemplarmente nell’uso ossessivo del sondaggio, in base al quale la proiezione apparente e predefinita delle opinioni dei cittadini-clienti sfuma nell’astrattezza delle percentuali ogni densità mentale e corporea.

Alla condizione individuale corrisponde un dominio pubblico sulla mente, resa compatibile ai canali della comunicazione, che tende a sostituirsi al governo politico delle comunità rispetto alle quali risultano incerte le finalità che dovrebbero surrogare l’antico concetto di Bene comune.

La dinamica centrale della vita è infatti interpretata come una costante “anticipazione e risposta” nei confronti delle sfide ambientali, alle quali gli organismi cercano di dare risposte adeguate e quantificabili.[xi] Rispetto all’approccio darwiniano, gli esseri viventi non sono più i soggetti passivi di una casuale selezione naturale ma processi dinamici e autonomi, la cui attività fa emergere l’ordine dal caos.

Un biologo, Richard Dawkins, ha ipotizzato che il processo evolutivo non concerna in primo luogo l’individuo o la specie ma i geni, da lui definiti “egoisti”, non perché siano guidati da motivi o volontà ma per il fatto che i loro effetti possono essere descritti come se lo fossero trasmettendo quei caratteri le cui conseguenze servono l’interesse del gene a essere replicato non necessariamente l’interesse dell’organismo e tantomeno quello della specie.

Al riduzionismo biologico, Dawkins ha abbinato quello culturale tramite la nozione di “meme”, unità di informazione umana (una sorta di slogan) per molti aspetti simile al gene il cui successo si misura dalla rapidità e capillarità di diffusione nelle menti.

Alcuni assunti teorici della memetica erano stati presi in considerazione nel corso della Guerra del Golfo del 1991, quando il governo degli Stati Uniti si era impegnato a veicolare quelli che riteneva essere i motivi del conflitto sia per la popolazione mediorientale che per l’opinione pubblica in America. Con la diffusione di internet la mutazione ed evoluzione dei meme ha potuto essere studiata con rigore metodologico come nel caso della diffusione di informazioni via Facebook o delle reazioni emotive (sentiment) suscitate da un contenuto su Twitter. Analisti e scienziati sarebbero oggi in grado di tracciare la diffusione di idee e comportamenti in tempo reale con opportuni algoritmi e di caratterizzare la composizione delle strutture semantiche che modellano le modalità in cui vari pubblici pensano su specifici argomenti.[xii]

Il travestimento del “gene egoista” in consapevole homo oeconomicus è del resto un caso eclatante di arbitraria contaminazione metaforica: “avallo scientifico” dato al liberalismo dalla selezione naturale che si è riflesso sulla stessa teoria scientifica fino a trasformarla in un parametro onnicomprensivo in grado di occultare processi politico-sociali, dimenticati nella misura in cui i loro effetti sono divenuti evidenti e quotidiani. Il passaggio, da società nelle quali l’agire individuale poteva essere compreso e interpretato soltanto nel contesto della comunità, all’autonomia dell’individuo caratteristica della modernità, è stato in grado in grado di celarsi come qualcosa di scontato, e da sempre esistente. Si era trattato in realtà di una frattura storica, di impossibile datazione in quanto non riconducibile a un evento, ma piuttosto al trasferirsi dell’ordine della verità dalla dimensione della società organica, nella quale gli assunti religiosi o metafisici sulla natura del mondo rendevano l’uomo connaturato al mondo, alla verità specialistica legata al metodo scientifico che accetta solo ciò che è distanziato e dimostrato oggettivamente.

Il paradigma del governo digitale è invece costituito da chi opera sui mercati finanziari attraverso un’attività che non a caso è analizzata da modelli matematici non tradizionali, quali la cosiddetta “teoria del caos”: tentativo di descrivere come insignificanti cambiamenti possano comportare in un sistema improvvise e radicali conseguenze quali la caduta del corso in borsa. Il modello fisico fondamentale è costituito dalla rappresentazione di un sistema che si trova in un processo evolutivo, da cui le singole informazioni emergono da sempre nuove combinazioni degli elementi sistemici fra loro, ma anche dal cambiamento del loro effetto sull’ambiente mutante. Un osservatore, non in grado di seguire il flusso di informazioni a partire dai soli strumenti di misurazione, percepisce il sistema nel suo complesso come caotico, anche se non può escludere che segua invece un’evoluzione deterministica. La “teoria del caos”, che a parlare propriamente dovrebbe chiamarsi dell’“anticaos”, mira dunque a districare una struttura all’interno di questa massa indecifrabile di informazioni. L’assioma è che, soggiacente ai fenomeni, esista comunque una regolarità che dovrebbe apparire come frutto della riduzione operata sulle osservazioni nella forma di leggi matematiche. Tra gli anni Ottanta e gli anni Novanta del XX secolo, alcuni scienziati avevano effettivamente pensato che la teoria del caos potesse permettere di comprendere anche le violente oscillazioni dei mercati azionari, ma così non è stato, dal momento che descrivere l’imprevedibilità non significa spiegare anche la predisposizione agli sconvolgimenti.

Nella nuova Babele i sistemi complessi non paiono riconducibili a modelli e costanti universali: la molteplicità delle interconnessioni manda in pezzi la pretesa del controllo assoluto e ci costringe a ridimensionare l’utopia della governance algoritmica di una complessità che non è più soltanto un problema conoscitivo ma di guida concreta come ha dimostrato il caotico governo della crisi pandemica. Tuttavia, invece di imparare dagli errori a gestire il” limite”, la Cosmopoli neoliberale ha sintetizzato la gestione di sorveglianza e prevenzione digitali addirittura in una nuova forma di guerra.[xiii] Le decisioni geopolitiche, o meglio geo-finanziarie, dipendono forse più dagli algoritmi che dalle scelte dei politici evanescenti dell’Occidente globalista.

[i] Leone XIV, Magnifica Humanitas. Lettera Enciclica sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale, Roma, Libreria editrice vaticana, 2026, pp. 13-17

[ii] M. Benasayag, T. Coen, Cinque lezioni di complessità, Milano, Feltrinelli, 2021, p. 40.

[iii] C. S. Bertuglia, F. Vaio, Non linearità, caos, complessità: le dinamiche dei sistemi naturali e sociali, Torino, Bollati Boringhieri, 2003, p. 301.

[iv] C. S. Bertuglia, ibidem, p. 301.

[v] C. S. Bertuglia, ibidem, p. 345.

[vi] G. L. Linguiti, Macchine e pensiero. Da Wiener alla terza cibernetica,Milano, Feltrinelli, 1980, p. 109.

[vii] M. Benasayag, ibidem, p. 40.

[viii] A. Ardigò, L’ipercomplessità come problema epistemologico e di organizzazione sociale. L’approccio del sociologo dopo le cibernetiche e la sociosistemica, in A. Ardigò, G. Mazzoli, L’ipercomplessità tra socio-sistemica e cibernetiche, Milano, Franco Angeli, 1990, pp. 13-40.

[ix] G. Ferroni, Le parole gelate. Sulla comunicazione, «Agalma», 7/8 (2004), pp. 88-91.

G. Ferroni, ibidem.

[xi] J. Rifkin, Il secolo biotech. Il commercio genetico e l’inizio di una nuova era, Milano, Baldini & Castoldi, 2000, p. 330.

[xii] https://oggiscienza.it/2019/02/06/memetica-richard-dawkins/

[xiii] A. Colombo, Il governo mondiale dell’emergenza. Dall’apoteosi della sicurezza all’epidemia dell’insicurezza, Milano, R. Cortina, 2022, pp. 159-162.

Tag: , , , , , ,

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *