Fare ordine con il disordine
8 Feb 2026
Nelle sue prime interviste il neo ministro della Giustizia ed ex magistrato Carlo Nordio aveva espresso la volontà di riformare il codice penale, alias codice Rocco (ma dal ministro definito codice Mussolini), dal nome del giurista che nel corso del ventennio fascista ne curò l’elaborazione, e viceversa di dare piena attuazione al codice di procedura penale, cosiddetto codice Vassalli, entrato in vigore nel 1989.
L’eco suscitata da queste dichiarazioni ha rivelato che non si trattava soltanto di problemi tecnici ad uso di avvocati e tribunali ma della storia stessa del rapporto fra i cittadini italiani e lo Stato. Alfredo Rocco, appartenente alla scuola positiva, ossia a quella filosofia del diritto che considera “legge” solo quella venuta in essere per volontà dello Stato non rappresenta in questo senso un’anomalia e men che meno uno iato rispetto all’evoluzione di un Paese che ha tentato di “fare gli italiani” proprio attraverso il diritto. E alternativamente attraverso le sospensioni del medesimo, considerato il fatto che, nella monarchia sabauda, a differenza che in altri Paesi europei, in cui era regolato da nome precise, lo stato d’assedio era un istituto non previsto né dalle leggi né dallo Statuto ma che fu comunque adottato a Genova nel 1849, a Sassari e a Tempio nel 1852 e, dopo l’unificazione, nel 1862, in Sicilia e Campania, e nel 1866 a Palermo.[i]
Che l’Italia unificata abbia conosciuto serie difficoltà fin dal primo decennio di governo nazionale è un dato storiografico non controverso. In primo luogo per quanto riguarda l’ordine pubblico: l’esplosione di un’endemica guerriglia rurale nel Mezzogiorno, accanto alla quale si inserì in alcune zone dell’Italia centrale l’attivismo anarchico. Problemi da accostare al fragile contesto economico, nel quale gli attesi benefici del libero commercio si fecero sentire solo in alcune zone del paese, causando invece il collasso dell’industria manifatturiera del Sud. Non ci volle dunque molto tempo perché si formasse sulla nuova classe politica nazionale un giudizio negativo, anche se nei decenni immediatamente a ridosso dell’unità aveva preso corpo il mito del risorgimento con i suoi simboli e le sue icone (il “re galantuomo”, “l’eroe dei due mondi”), nel quale furono progressivamente inseriti anche quei personaggi che si erano opposti all’unificazione patrocinata da casa Savoia come Giuseppe Mazzini.
Stato di polizia
Malgrado l’evidente rilevanza, la storiografia ha invece prestato scarsa attenzione alle pratiche poliziesche e giudiziarie mutuate, con il centralismo amministrativo, dalla Francia e applicate dal nuovo regno per mantenerne la fragile costruzione unitaria. I ministri di polizia di Napoleone (Fouché e Savary) avevano in effetti già messo a punto un sistema di controlli e manipolazioni attuati sulla base del principio di combattere i criminali con altri criminali o per meglio dire di costruire l’ordine attraverso il disordine: “il faut faire de l’ordre avec du désordre” come ebbe modo di esprimersi Marc Caussidière, giornalista rivoluzionario divenuto prefetto di polizia durante i moti parigini del 1848.[ii]
La prevenzione del crimine, inteso anzitutto come crimine politico cui gli apparati d’ordine erano in primo luogo applicati, aveva imposto l’impiego di spie inserite nei vari strati sociali nonché di agenti provocatori reclutati fra i criminali e i gruppi di opposizione. Lo scopo era quello di fomentare, controllandola, la reazione popolare al fine di spaventare i benpensanti e di alimentare nell’opinione pubblica il bisogno di sicurezza e di ordine.
A queste prassi corrisponde un’impressionante continuità di opinioni fra i tutori dell’ordine pubblico sulla necessità di porre in atto tecniche di manipolazione degli strati popolari e di strumentalizzazione dell’opposizione, una tradizione che va da Napoleone I (che scriveva al fratello Giuseppe che, per governare a lungo, avrebbe avuto bisogno di un’émeute), [a] Lagrange, capo della polizia politica di Luigi Napoleone, che affermava che «se ci fosse una battaglia dentro Parigi l’Impero ne uscirebbe stabilizzato per dieci anni».[iii]
In questa prospettiva, in Italia, la continuità fra gli apparati subordinati all’autorità amministrativa incaricati delle indagini con l’ordine giudiziario, oltre a vanificarne il principio di indipendenza, fece sì che la storia dell’Unità, a partire dai primi decenni, coincidesse, e qualche storico ha tentato di ripercorrerla, con una serie di quelli che i cronisti molti anni dopo definiranno maxiprocessi.
D’altro canto, l’attività legislativa in ambito civilistico fu considerata dai governi italiani come la via maestra al fine di trasformare la società e di integrare la nazione nello Stato. La sintonia di vedute e obiettivi tra le logge massoniche e gli esponenti politici dell’Italia unita indurranno Antonio Gramsci ad affermare che, in assenza di un moderno partito liberale, la massoneria avesse costituito la forma associativa tipica della borghesia italiana.
Il Grande Oriente rappresentò così il cantiere nel quale si elaborarono i progetti di integrazione delle classi medie nello Stato attraverso una riforma “religiosa” che avrebbe dovuto sostituire la religione cattolica con quella della nazione, favorendo anche la commistione fra interessi economici (beneficiarie dell’esproprio dei beni della Chiesa furono infatti le nuove élite dirigenti), e gli orientamenti filosofici di alcune scuole di ascendenza hegeliana.
Il passaggio dalla Destra alla Sinistra storica non determinò cambiamenti sostanziali. Francesco Crispi, garibaldino, mazziniano successivamente convertito alla causa sabauda, al governo, alternativamente come presidente del consiglio e come ministro per quasi un ventennio, emanò provvedimenti libertari come l’eleggibilità dei sindaci, il diritto di sciopero, l’abolizione della pena di morte ma, contemporaneamente, portò avanti una politica repressiva e accentratrice attraverso una forte riorganizzazione dell’apparato statale, sostanziatasi nella nuova legge di PS approvata il 30 giugno 1889. [iv] Per la prima volta, l’esecutivo attraverso uno strumento legislativo razionale e mirato si dotava della facoltà di controllare le classi cosiddette “pericolose”, spostando il controllo della devianza e del dissenso dall’ambito giudiziario a quello amministrativo. Il domicilio coatto fu l’esempio più rilevante: non previsto dalla legge del 1859 ma legalizzato nel 1863 dopo essersi rivelato molto utile ai fini repressivi. L’applicazione era stata dapprima prerogativa della magistratura, anche se su segnalazione delle autorità politiche, ma con la nuova legge di PS il domicilio coatto fu sottratto alle competenze dei giudici, legalizzando misure di prevenzione fondate sul semplice sospetto.
Non ci fu sostanzialmente soluzione di continuità neppure in merito all’applicazione dello stato d’assedio anche se, rispetto ai decreti precedenti, l’adozione del provvedimento per la Sicilia nel 1894 faceva esplicito riferimento agli articoli 243 e 246 del Codice penale militare, insistendo sul carattere insurrezionale dei moti e su pretesi accordi degli insorti con le potenze straniere.
Non si registrarono invece importanti opposizioni della magistratura a partire dall’organo giurisdizionale più elevato: la Corte di Cassazione di Roma, che avallò la legittimità dello stato d’assedio e dei tribunali militari.
In analogia con la repressione dei fasci siciliani del 1894, si intervenne nel 1898 a Milano, quando il governo era ormai presieduto da Antonio Di Rudinì in carica dal 1896 (data della sconfitta di Adua e delle dimissioni di Crispi), e esponente della Destra storica, il cui ministero annoverava tuttavia figure di rilievo anche della Sinistra quali Giuseppe Zanardelli, in continuità con la pratica parlamentare nota come “trasformismo”, che garantiva al presidente del consiglio il controllo del parlamento ma favoriva ulteriormente lo scollamento tra “paese legale” e “paese reale”. Durante la primavera di quell’anno, agitazioni e tumulti dovuti al carovita erano scoppiati un po’ in tutta Italia, e si attendeva con apprensione l’avvicinarsi del primo maggio.
A Milano, oltre agli agenti di pubblica sicurezza e ai carabinieri erano stati mobilitati anche tremila militari del III corpo d’armata, comandato dal generale Fiorenzo Bava Beccaris. Dopo i primi disordini, il prefetto indusse Di Rudinì a proclamare lo stato d’assedio e a nominare Bava Beccaris commissario straordinario con pieni poteri. Il generale, convinto di trovarsi di fronte ai prodromi di una guerra civile, fece affluire cospicui rinforzi e occupò la città manu militari, facendo caricare frontalmente la folla, che rispose con lanci di sassi e di tegole dai tetti delle case.
Si ebbero una ventina di morti e una sessantina di feriti. Domenica 8 maggio, in corso Como e all’altezza di alcune porte della città, fu adoperata anche l’artiglieria dopo di che, con un bilancio di morti e feriti rimasto ad oggi incerto, ogni dimostrazione ebbe termine e il generale poté telegrafare a Roma di avere ristabilito l’ordine.
Col pretesto dei disordini ingigantiti ad arte, la classe dirigente liberale intendeva in realtà liberarsi degli avversari, non soltanto radicali, repubblicani e socialisti, ma anche cattolici. Ristabilita la calma furono infatti arrestati: Anna Kuliscioff, Filippo Turati e Leonida Bissolati, direttore dell’ “Avanti”, mentre senza tenere conto dell’immunità parlamentare la polizia ricercava attivamente i deputati socialisti. In quei giorni per fare l’esperienza del carcere era sufficiente del resto essere annoverati fra i simpatizzanti dei “sovversivi”.
Il 10 maggio fu invece soppresso l’“Osservatore cattolico” diretto da don Davide Albertario particolarmente critico nei confronti dello status quo, e sulla stampa filogovernativa si lasciò montare una polemica contro l’arcivescovo, troppo amico degli intransigenti, fino al punto di ipotizzare il ritiro dell’exequatur.
Governo delle piazze
Il progressivo ampliamento novecentesco delle basi elettorali fino al suffragio universale (maschile) e il formarsi di partiti di massa non sottrassero alla regia delle burocrazie strategiche (o se si preferisce dello Stato profondo) gli strumenti penalistici, ereditati e non creati dal fascismo, che si limitò a riformare il codice penale, introducendo quello tuttora in vigore. Per la durata del ventennio si visse tuttavia in una sorta di permanente stato d’eccezione “legittimato” dalla mistica presunta coincidenza fra la volontà del duce con quella popolare.
Lo Stato di polizia è sopravvissuto nell’Italia repubblicana, in maniera evidente, nel governo delle piazze, alternando repressione e tolleranza in sintonia con i mutamenti di rotta del deep state. La continuità di orientamenti con la burocrazia di anteguerra si manifestò ancora apertamente nell’anno delle dimissioni di De Gasperi (1953), col governo Pella.[v]
I disordini di piazza scatenati per impedire, a Genova, lo svolgimento del VI congresso del Msi minarono invece l’appoggio della destra al governo monocolore del democristiano Tambroni, che infatti si dimise il 19 luglio 1960. L’operazione lasciò ampio spazio di manovra per aprire la stagione dei governi di centro-sinistra, e fu solo allora che si cominciò a parlare diffusamente e ufficialmente di una repubblica nata dalla resistenza e fondata sull’antifascismo, anche se bisognerà attendere qualche anno, sull’onda della guerra in Vietnam e della rivoluzione culturale di Mao, per arrivare a una mobilitazione collettiva e permanente contro il “fascismo repubblicano incombente”.
Il 7 aprile del 1979, con 21 mandati di arresto spiccati dal PM di Padova Pietro Calogero, ebbe invece inizio la “reazione”, resa manifesta da una vicenda processuale nella quale articoli e saggi, che esponenti del Pci si occuparono in prima persona di trovare e di indicare alla Procura, vennero considerati prove a carico. In quella offensiva politica, mascherata da inchiesta giudiziaria la grande stampa (la stessa che fino a poco prima aveva blandito i contestatori), giocò un ruolo primario, scegliendo di sostenere un teorema in nome della priorità della lotta al terrorismo a dispetto dell’obiettività dei fatti e della deontologia professionale.
Le stesse attitudini si sono manifestate nei confronti dei movimenti così detti no global in operazioni nelle quali l’efficacia della manipolazione dell’opinione pubblica da parte dell’informazione mainstream è stata centuplicata dal flusso continuo delle news veicolate da internet. Come avvenuto nel caso della manifestazione tenuta a Milano il primo maggio del 2015 in occasione dell’apertura dell’Expo quando a alcune decine di estremisti le forze di polizia hanno lasciato campo libero per incendiare macchine, infrangere vetrine e imbrattare muri lungo il percorso della manifestazione onde permettere alla stampa governativa il giorno successivo di parlare senza timore di ridicolo di “Milano a ferro e fuoco”, bloccando così ogni ulteriore protesta. Alle spalle non c’era più tuttavia una regia coerente degli apparati statali che, esaurita la spinta della ricostruzione postbellica, avevano negli anni settanta iniziato a perdere di qualità e coesione a favore di attori di mercato, di Stati stranieri e della burocrazia comunitaria europea.
Dagli anni novanta queste influenze sistemiche esterne sono state generalmente convogliate attraverso la Presidenza della Repubblica i cui poteri informali si sono affermati proprio in parallelo alla perdita di incisività delle burocrazie strategiche, arrivando al punto di rimuovere o promuovere governi indipendentemente dagli esiti elettorali. [vi]
L’unico contraltare, in una divisione dei poteri de facto, ossia non prevista dalla Costituzione, è costituito dalle procure, organo investigativo con funzioni inquisitorie alle quali è addetto un quinto dei magistrati italiani, ma il cui ruolo è ormai preponderante anche in virtù di un distorto rapporto con la stampa per cui la cronaca giudiziaria è diventata ormai uno strumento di lotta politica. Si stima che ogni anno siano circa 150.000 gli indagati, poi imputati, ma tre quarti dei quali, dopo essere stati intercettati, arrestati e interrogati, in media dopo quattro anni, risulta innocente.[vii]
La riforma della giustizia ipotizzata da Nordio, richiamando espressamente la riforma Vassalli, si propone di temperare l’onnipotenza dei pubblici ministeri, il cui ruolo era stato enfatizzato per affermarne l’indipendenza rispetto all’esecutivo, promuovendo al contempo la pari dignità della difesa in dibattimento, a partire dalla raccolta delle prove, e soprattutto da una posizione nettamente terza della figura del giudice, a partire dal giudice preposto al controllo delle indagini e all’udienza preliminare.[viii]
Come all’epoca di Crispi la riforma del Codice penale potrebbe tuttavia non essere sufficiente a fermare la deriva illiberale. Nel 2021, l’imponente, e pacifico, movimento popolare contrario al green pass era stato stroncato sulla base di semplici provvedimenti di polizia. Nel 2026, il governo di cui fa parte il ministro Nordio ha varato un decreto da Stato di polizia in cui le forze dell’ordine hanno facoltà di operare, su certi punti, come nel caso del fermo preventivo, indipendentemente dalla magistratura.
La riproduzione del diritto su sé stesso senza connessione con la realtà sociale è per l’Italia il problema e non la soluzione: tutti gli stupri dell’ambiente e dell’urbanistica, gli orrori fiscali e burocratici, le ingiustizie antimeritocratiche e le oscene disonestà della politica, le clientele e i trasformismi, gli sprechi di Stato e le deviazioni degli apparati, la violazione dei diritti fondamentali e la contestuale loro strombazzata proclamazione tutta teorica e meramente formale, tutto questo è stato ed è compiuto nella più perfetta, ineccepibile e confezionata «legalità».[ix]
A fare difetto non sono le norme, spesso peraltro in contraddizione fra loro, ma la legittimità di uno Stato che dall’origine si è costituito non come espressione ma “contro” la Nazione.
[i] G. Astuto, La repressione nell’Italia liberale: lo stato d’assedio del 1884, in Per una ricognizione degli “stati d’eccezione”. Emergenze, ordine pubblico e apparati di polizia in Europa: le esperienze nazionali (sec. XVII-XX), seminario internazionale di studi, Messina, 15-17 luglio 2015, a cura di Enza Pelleriti, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2016, p. 275.
[ii] F. Benigno, La mala setta. Alle origini di mafia e camorra, 1859-1878, Torino, Einaudi, 2015, pp. XIV-XV.
[iii] F. Benigno, ibidem, p. XVII.
[iv] G. Astuto, ibidem, p. 272.
[v] G. Mammarella, L’Italia contemporanea (1943-1985), Bologna, Il mulino, 1985, p. 215.
[vi] C. Pelanda, Il Quirinale è il cuore del nostro Stato profondo, in Stati profondi. Gli abissi del potere, “Limes”, 8 (2018), pp. 226-227.
[vii] S. Cassese, Il governo dei giudici, Bari-Roma, Laterza, 2022, pp. 68-70.
[viii] A. Di Amato, Nordio vuole riformare il codice di Mussolini ma potrebbe andare peggio… “Il riformista”, 5 novembre 2022, edizione on line.
[ix] F. Di Donato, Stati d’eccezione e giurisdizione politica. Dal colpo di Stato Maupeou alla Rivoluzione francese, in Per una ricognizione degli “stati d’eccezione”,ibidem, pp. 76-77.