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Il Gallo Silvestre

ARTICOLI

La memoria del pesce rosso

di Il Gatto Arrabbiato9 min di lettura

Chiamati a dare un’immagine della città in occasione dell’Esposizione universale del 2015, l’amministrazione cittadina e il comitato organizzatore erano stati costretti a confrontarsi con l’identità di un luogo che nella dimensione fisica di informe conglomerato urbano aveva reso obsoleti i suoi stessi confini. Gli sforzi retorici si erano generalmente riferiti all’immagine sedimentata nella memoria, più prossima nel tempo, quella di capitale del “miracolo economico”, poco importa se contraddetta dai dati recenti di un primato in discussione rispetto al quale il real estate non poteva rappresentare l’unica realtà né tantomeno ridare a Milano l’anima perduta.
La ventennale dinamica di crescita immobiliare senza controllo aveva conosciuto una battuta d’arresto nel 2011: il PGT appena approvato era stato rivisto dopo il cambiamento dell’amministrazione con una drastica riduzione delle volumetrie edificabili nonché del premio volumetrico previsto in sostituzione dell’esproprio dei terreni ad uso pubblico, da utilizzare in altre zone della città, anche da parte del Comune, proprietario della quasi totalità del verde pubblico, e quindi detentore a sua volta di potenziali volumetrie da vendere in una virtuale borsa valori di titoli edificatori.
Non si è trattato tuttavia di un vero mutamento di rotta. La posta in gioco infatti era molto alta e d’ordine culturale prima che economico, nazionale e non solo locale, nella misura in cui Milano ha sempre sperimentato quei cambiamenti che hanno poi interessato l’intero Paese. Si trattava di rivendicare una specificità italiana in grado di tenere conto della presenza storica di una moltitudine di centri abitati, tentando una sintesi funzionale coi territori circostanti al fine di superare la logica pura e semplice della frammentazione dei centri decisionali e di spesa, finalizzata al massimo profitto dei decisori economici, che ha portato alcuni comuni dell’hinterland milanese a cementificare tutto il territorio da loro amministrato.

Un chiaro indice del processo, tutt’ora in corso, era emerso l’anno successivo all’elezione del sindaco Albertini (1997), in quel convegno su Milano enfaticamente chiamato: Stati generali, durante il quale, oltre alla frettolosa lettura di progetti, desiderata, lamentele da parte di rappresentanze e personalità cittadine, il sindaco fissava con chiarezza il principio del proprio operato: via libera ai privati per la realizzazione di progetti celati dietro slogan futuristi che affermavano per le città il bisogno di “reinventarsi”, “rinnovarsi”, “sviluppare l’impresa”, “migliorare l’offerta culturale”, ecc.
Nella prassi non si trattava di una novità ma mai, fino ad allora, la politica aveva chiaramente affermato di voler consegnare il bene della collettività alla comunità del business, rovesciando i termini della questione anche rispetto alla disinvolta gestione delle giunte socialiste che avevano puntato a conseguire obiettivi di pubblico interesse attraverso meccanismi di mercato. Con la giunta Albertini mercato e bene pubblico sono venuti semplicemente a coincidere. Si trattava solo di coprire gli interessi degli operatori economici con adeguate campagne di marketing. Tipica, in questo senso, era stata la promessa di nuovi parchi, come si premurò di fare l’allora assessore all’urbanistica Maurizio Lupi: trasformazione in parco dello scalo Farini, progetto per unire fra loro i parchi cittadini ed extraurbani esistenti a partire dal parco Lambro attraverso il nuovo parco della Maserati, il parco Forlanini, il parco Lambro-Monluè, il nuovo parco tra le aree Montedison e Redaelli, il parco dell’ex Porto di Mare, Vaiano Valle, il parco del Ticinello in direzione Chiesa Rossa-Gratosoglio fino alle aree a verde della Barona. Poi furono promesse strutture pubbliche: il palazzo dello sport a S. Siro, la grande biblioteca a Porta Vittoria presso lo scalo ferroviario omonimo, l’Urban center, luogo permanente di esposizione e informazione sulle iniziative cittadine all’interno del Parco Sempione.
Il tutto era destinato a restare sulla carta, a differenza del core business di un rinnovato apparato affaristico-clientelare per il quale veniva elaborato: il “Documento di inquadramento per le politiche urbanistiche” ispirato ormai alla più completa deregulation in qualche modo giustificata dall’inadeguatezza del piano regolatore ma difficilmente comprensibile senza riferimento al precedente: “Documento direttore sulle aree industriali dismesse”, elaborato in prima stesura nel 1988 e adottato nel 1990, che individuava come principale risorsa di una possibile trasformazione cittadina ben 6.400.000 mq. ex industriali, ai quali andavano aggiunti un milione di mq. delle aree in dismissione delle Ferrovie dello Stato.
In previsione era stato sviluppato, nel 1995, da parte del Laboratorio di progettazione urbana il Progetto dei nove parchi per Milano, presentato nello stesso anno alla Triennale per i seguenti ambiti di intervento: area Marelli-Martesana, Maserati-Parco Lambro, Porta Vittoria-Marinai d’Italia, Porta Romana-O.M., Porta Genova-Naviglio Grande, Baggio-Piazza d’Armi, San Siro–Ippodromo, Parco Sempione-Ferrovie Nord.
Il modello da seguire era stato riconosciuto nel Parco Sempione: un grande spazio verde delimitato da un tessuto residenziale continuo, ma il progetto aveva dovuto presto contemperarsi con i cosiddetti Programmi di riqualificazione urbana (PRU), ridimensionandosi fino a “negare la premessa della costruzione del verde come spazio pubblico […]”.
Ci si limitò pertanto a prendere atto e ad avallare l’operato di forze che hanno affidato Milano agli interessi degli immobiliaristi, sostituendo il progetto dei 9 parchi con quello del “massimo delle volumetrie”, privando con ciò la città dell’ultima chance di riportarsi ai parametri di grande città europea attraverso un adeguato utilizzo per il bene pubblico delle aree industriali dismesse.

Almeno dal punto di vista architettonico, dagli innumerevoli progetti d’area redatti per Milano sarebbe stato lecito attendersi invece “una sorta di rinascimento post-industriale: ritorno della residenza nel verde, un alto livello di accessibilità generalmente diffuso, servizi e commerci a portata di mano”, ma a vent’anni di distanza non si può che ribadire il giudizio dell’editoriale di “Casabella” del 2001 relativo alla povertà dei singoli elementi che compongono invece lo scenario urbano: la monotonia degli edifici residenziali, le aree a verde percorse da lunghi assi pedonali senza meta, i super store a mattoncini in funzione di quinta urbana. La perdita di una cultura architettonica diffusa ha indotto ad affidare ai grandi studi internazionali la realizzazione di edifici importanti non in armonia peraltro col resto della città, prendendo acriticamente a modello le spettacolarizzazioni artificiali di Barcellona, Berlino o Londra, mentre per l’ordinario la città si mostra sottotono a causa della deludente qualità edilizia, dei maquillages urbani mal riusciti e dell’imperante aura di anonimato. Le trasformazioni urbane positive non possono in effetti avvenire senza un retroterra culturale favorevole che, soprattutto a Milano, non esiste più da quando “una sorta di esaurimento grava ormai sia sulle istituzioni universitarie che su quelle culturali, appesantisce la cultura amministrativa e non risparmia le categorie professionali”.
Con l’alibi di evitare il “provincialismo”, il franamento culturale dell’Italia ha indotto a imitare o a trasferire in modo pedissequo le sperimentazioni di ogni (neo) avanguardia.
Anche nel ruolo non ancora precisamente delineato di cuore della città metropolitana, Milano non interpreta quel ruolo politico che potrebbe garantire la sintesi di finalità diverse, l’espressione delle diverse collettività, o se lo fa, lo fa in chiave di mediazione di interessi, non rappresentabili elettoralmente, dei cosiddetti stakeholder. I cittadini sono invece sempre più esclusi dai processi decisionali presieduti da logiche macro-sistemiche che vedono protagonisti accanto alla regione e agli enti locali, le imprese, i distretti industriali, le associazioni di categoria.
E tutto questo mentre la rete diffusa di città e piccoli centri lombardi si sta trasformando, e in parte si è già trasformata, come facilmente appurabile dalla ricognizione aerea, in una galassia urbanizzata che per ampiezza e intensità di relazioni con la rete globale è paragonabile alle più rilevanti city regions mondiali. Il fatto di insistere su un territorio storico già fittamente antropizzato ne sfuma tuttavia nell’indeterminato i confini che certamente superano quelli amministrativi della provincia di Milano per distendersi quasi senza soluzione di continuità verso Novara, Como, Bergamo e Brescia, incuneandosi per il tramite di nuovi ambienti urbani a bassa densità anche verso sud nelle province di Lodi, Piacenza, Cremona, Pavia, a giustificare l’immagine interpretativa della “megalopoli padana”. Una realtà rispetto alla quale è difficile stabilire cosa rappresenti Milano, dal momento che è innegabile la mancata coincidenza fra immaginario e dato geografico. In questo senso l’inclusione nel comune sentire della “milanesità” della Fiera di Rho e dell’aeroporto di Malpensa, difficilmente motiva razionalmente l’esclusione della villa reale di Monza e del sistema congressuale dei laghi di Como e Maggiore.

Il problema risiede nella connessione sempre più stretta fra speculazioni immobiliari e adeguamenti infrastrutturali, sempre proclamati urgenti e imprescindibili, da finanziare con immensi trasferimenti di denaro da parte delle banche o delle amministrazioni centrali. Per i politici locali concessioni e appalti sono del resto funzionali al finanziamento della politica stessa, in modo trasparente nella misura in cui le entrate dei comuni sono legate al mercato immobiliare, in modo occulto attraverso tangenti più o meno dirette.
D’altro canto, architettura e urbanistica che, dal punto di vista economico restano funzionali a uno dei settori trainanti del sistema produttivo, sono divenuti gli strumenti della genesi di un nuovo tipo di cittadino docile, automobilista e controllabile,  incompatibile con centri e quartieri storici non museificati o con l’economia di sussistenza dei villaggi rurali, nei quali la permanenza di legami sociali era la base per l’azione collettiva in vista di finalità comuni.
L’economia dei servizi caratteristica delle conurbazioni globali ha dissolto le forme di socialità precedenti nel contesto delle grandi infrastrutture che hanno elevato la circolazione di uomini e merci a parametro di efficienza.
Gli edifici non sono pertanto più ideati in funzione del territorio circostante o degli abitanti ma sono essi stessi in primo luogo infrastrutture: stadi, ponti, aeroporti, stazioni, magazzini, centri commerciali, simili ovunque anche se composti secondo infinite varianti che hanno decretato, con l’esaurimento dei modi tradizionali del costruire, anche la fine dell’equilibrio tra l’uomo e l’ambiente, riflessa nell’anonimato seriale dei moduli abitativi.
In un gioco delle parti gli stessi portatori di interessi si sono spesso fatti carico delle responsabilità connesse allo sviluppo urbanistico e infrastrutturale, concordando palliativi e compensazioni con le associazioni ambientaliste, ad esempio pianificando riserve per conservare a livello di curiosità qualche residuo umano e naturale alternativo all’omologazione imposta dal capitalismo globale.
La megalopoli informe non più leggibile secondo una prospettiva estetica e politica, e quindi non è più governabile nella sua totalità, ma è piuttosto la centrale locale di poteri globali che si impongono a comunità e territori degradandoli a uno stadio semicoloniale.
Tocqueville e Cattaneo avevano indicato un’altra strada che vedeva nel Comune la base della libertà individuale, fondata sul dato di fatto che il cittadino è il migliore giudice della propria condizione. Una volontà liberamente espressa su base locale era funzionale a temperare il dispotismo del potere, inteso anche come predominio di una maggioranza numerica assemblata in occasione di elezioni generali e successivamente presunta per un mandato onnicomprensivo limitato, solo temporalmente, dalla successiva scadenza elettorale. L’aleatorietà dei programmi votati non garantisce in effetti la loro effettiva esecuzione e controllo, favorendo invece l’opacità dell’intervento di gruppi di pressione e lobbies nei confronti dei quali solo la libertà di associazione offre garanzie di trasparenza e di controllo.
Nel caso di Milano, il ricorso a meccanismi partecipativi “autentici” è particolarmente urgente di fronte alla ricomparsa  degli attori di passate stagioni: dagli ex sindaci agli ex assessori all’urbanistica che ripropongono nell’edilizia il motore di un falso progresso appena temperato, per chi voglia ancora illudersi, da “raggi verdi” e piste ciclabili. Scali ferroviari, caserme e aree dismesse sono in realtà beni preziosissimi non modificabili se non con interventi di altissima e complessiva qualità urbana, rispetto ai quali anche il ricorso alla volontà popolare non garantisce di per sé la bontà della scelta, dal momento che il confine tra espressione consapevole della volontà democratica e manipolazione plebiscitaria è spesso labile e chiede di essere molto ben presidiato.

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