Il padrone del mondo
5 Apr 2026
La notizia che a Roma in una sede privata, di fronte a un uditorio selezionato, Peter Thiel, co-fondatore di PayPal e di Palantir, l’azienda che vende sistemi di sorveglianza e analisi ai governi di mezzo mondo, ma anche finanziatore di Donald Trump e JD Vance, abbia tenuto quattro conferenze sull’Anticristo era (volutamente) destinata a suscitare una tempesta mediatica nonché di illazioni su quanto effettivamente detto dal relatore.
Pare che nella lezione conclusiva, Thiel abbia dedicato una parte considerevole del suo tempo a una teologia politica degli imperi in cui gli Stati Uniti figurerebbero da eredi dell’Impero Romano, dando seguito a una tradizione che aveva visto in Roma il potere che tiene a freno l’avanzata dell’Anticristo ma anche l’Anticristo stesso.
Thiel avrebbe citato Il Racconto dell’Anticristo che chiude I tre dialoghi dello scrittore, poeta, teologo e critico russo Vladimir Solov’ëv. L’Anticristo di Solov’ëv non è comunque uomo politico e neppure un religioso, ma un intellettuale, che riceve il suo mandato da un innominato Spirito, alle cui tentazioni ha ceduto, diversamente da Cristo nel racconto dei Vangeli. Il suo avvento avviene al termine di grandi guerre in uno scenario che ricorda quello della “fine della storia”, in auge qualche decennio fa.[i]
Ludus de Antichristo
La dimensione corale e drammatica della narrazione di Solov’ëv rivela il precedente al quale lo scrittore russo si è probabilmente ispirato. Si tratta di un’opera, teatrale a tutti gli effetti, un mysterium come allora si definiva: il Ludus de Antichristo di Tegernsee, destinato a venire rappresentato nell’omonima abbazia bavarese o nelle sue immediate adiacenze. La stesura di questo poema, per il cui autore il sogno imperiale di Dante è ancora una realtà liturgicamente rappresentabile, è collocata da Alois Dempf verso la metà del XII secolo.[ii] Per l’anonimo, l’avvento dell’Anticristo è legato all’introduzione di nova iura da parte degli hypocritae, probabilmente i capi delle sette cittadine ostili ai preti secolari e all’impero, che cercavano di guadagnarsi il favore dei laici con un’apparente umiltà. Dopo la rinuncia alla dignità imperiale da parte del re tedesco, i falsi miracoli dell’Anticristo gli guadagnano l’autorità sull’Impero Romano germanico, ma anche sul mondo pagano e sugli ebrei, e determinano infine la dissoluzione della Chiesa. Secondo la tradizionale esegesi apocalittica, appaiono allora i profeti Enoch ed Elia che svelano l‘impostura e la tirannide dell’Anticristo, ma sono uccisi. Questi può proclamare la sua vittoria finale. Tuttavia, All’istante s’ode uno strepito sul capo dell’Anticristo e mentre egli sprofonda tutti i suoi fuggono, la Chiesa canta: Ecco l‘uomo che non pose Iddio a suo sostegno, ma sperò nella moltitudine delle sue ricchezze e s’esaltò nella sua vanità. [iii] da Dempf alla pagina di uno scrittore contemporaneo, Gerhoh di Reichersberg (1093-1169), che nel trattato De investigatione Antichristi del 1162 deplora la rappresentazione nelle chiese di azioni teatrali in generale, ma sull’argomento in questione nello specifico, probabilmente per evitare una interpretazione troppo letterale (e politica) della figura dell’Anticristo: questi non è una persona, non talis bestia, qualis vulgo aestimatur, è lo spirito stesso dell’epoca e del mondo.[iv]
Nella Bibbia
Se nella Bibbia il termine Anticristo compare solo nelle lettere di Giovanni, l’esegesi l’aveva presto accostato alle profezie di Daniele sul re profanatore, che avrebbe posto fine al sacrificio quotidiano nel tempio di Gerusalemme, abbandonandolo all’abominio della desolazione (Dn 11,32). Questa visione è stata ripresa nel Vangelo di Luca, nel cosiddetto discorso escatologico di Gesù, e in modo fortemente simbolico nel capitolo 13 del libro dell’Apocalisse. Tutti passi che emergono, talvolta in modo implicito, anche nelle pagine di Gerhoh: Dunque, poiché la profezia di Daniele riguardo all’abominio della desolazione, che deve essere posto nel tempio, si è compiuta a sufficienza ai tempi dei sovrani Tiberio e Gaio, per quale motivo bisognerebbe attendere che si compia alla lettera al tempo dell’Anticristo, attraverso la costruzione di statue, ovvero attendere l’insediamento fisico di quel Figlio della perdizione in un tempio materiale? […] Una tale statua posta nel luogo santo sta a significare che una menzogna contraria all’unità cattolica, insieme al proprio fautore, prendono il posto della verità cattolica, ovvero dell’unità, nascondendosi sotto falso nome; è come se un eresiarca o un fautore di scisma si facesse chiamare papa o re cattolico in modo falso, ma sotto un’apparente maschera di pietà religiosa.[v] Con l’appellativo “Figlio della perdizione” l’autore medievale cita un ulteriore passo scritturale: la Seconda lettera di san Paolo ai Tessalonicesi (2 Tess, 2, 1-11) a proposito della fine dei tempi, in cui sono presentati come in un dramma due personaggi: “l’empio”, “l’iniquo, “il figlio della distruzione”, o appunto secondo le traduzioni “della perdizione” e “colui che trattiene” (katechon).
Thiel, a quanto riportato da padre Antonio Spadaro che, senza dirlo espressamente, ha partecipato alle conferenze o comunque ha avuto accesso al testo,[vi] delega a partire dal testo di Paolo la funzione del katechon alla tecnologia posta al servizio del realismo politico degli States, “L’orizzonte religioso viene così progressivamente svuotato del suo contenuto di fede: ciò che conta non è il ritorno di Cristo, ma l’individuazione dell’Anticristo come forza politica concreta. Il Vangelo diventa strumento di analisi geopolitica”.
La stagnazione tecnologica diventa, per Thiel, il segno dell’indebolimento del katechon, accanto alla burocrazia e ai tentativi di regolamentare l’IA, e quindi della preparazione, scandita da forme di governo globale, all’avvento dell’Anticristo. Un avvento al quale non saremo preparati, impauriti da minacce esistenziali come il cambiamento climatico e la guerra nucleare e pronti, di conseguenza, ad accettare un ordine che imponga ogni genere di restrizione alla libertà individuale.
Non è difficile concordare, a proposito di una simile interpretazione, con Spadaro, quando ricorda che accelerare la tecnologia, resistere a ogni regolamentazione, costruire sistemi di sorveglianza globale come fa Palantir è proprio ciò che potrebbe consentire quel governo totalitario mondiale, che Thiel dice di temere.
Del resto, già nel V secolo, nel libro XX de La città di Dio, s. Agostino dava conto delle congetture che aveva potuto udire o leggere a proposito del tentativo di dare un nome ai due “personaggi” della lettera ai Tessalonicesi, per il primo dei quali egli non dubita dovesse trattarsi dell’Anticristo. Da allora, non si sono contati i tentativi di attualizzare l’interpretazione storica di questi passi scritturali, almeno fino a quando, come ha ricordato Giorgio Agamben, citando Ernst Troeltsch, la Chiesa non ha deciso di chiudere il suo “ufficio escatologico”.
Globalizzazioni
Pochi anni fa del resto, l’allora direttore della storica rivisita dei gesuiti, negava l’inconciliabilità tra i progetti di governo mondiale e il Regno di Dio: l’enciclica “Fratelli Tutti “resta pure un messaggio dal forte valore politico, perché – potremmo dire – capovolge la logica dell’apocalisse oggi imperante. Essa e la logica integralista che combatte contro il mondo perché crede che esso sia l’opposto di Dio, cioè idolo, e dunque da distruggere al più presto per accelerare la fine del tempo. Il baratro dell’apocalisse, appunto, davanti al quale non ci sono più fratelli: solo apostati o martiri in corsa “contro” il tempo. […] Non siamo militanti o apostati ma fratelli tutti».[vii]
Eppure, il mistero escatologico mette in luce due aspetti, inconciliabili ma intrecciati indissolubilmente, legati a due concezioni del tempo: un tempo lineare, connesso a un assoluto immutabile ed eterno di matrice aristotelica, potenzialmente infinito, al quale è legata la concezione profana della storia, e un tempo di derivazione neoplatonica dispiegato fra un exitus (dall’Uno o da Dio) e un reditus (ritorno).
Il mysterium iniquitatis della seconda lettera ai Tessalonicesi non è un arcano sovratemporale, il cui unico senso è di porre fine alla storia e all’economia della salvezza: è un dramma storico (mysterion in greco significa azione drammatica), che è in corso per così dire in ogni istante e in cui incessantemente si giocano le sorti dell’umanità, la salvezza o la rovina degli uomini.[viii] Quando l‘idea del ritorno (individuale, collettivo, cosmico) si eclissa l’economia mondana diventa propriamente infinita, cioè interminabile e senza scopo.[ix] Al limite, sono gli stessi principi di bene e di male a divenire semplici aspetti transeunti del movimento della storia, nella quale troverebbero una sostanziale identità, giustificando machiavellismi di ogni sorta, per i quali “il fine giustifica i mezzi“.
Nel 1998, l’allora cardinale Ratzinger, aveva affrontato il problema del tempo in un dibattito, in merito alla teologia politica, con Johann Baptist Metz: Il giudizio e la fine del tempo non sarebbero più pensati come imminenti, perché questo significherebbe reintrodurre elementi temporali dove il tempo non esiste più […] L’identificazione dell’eternità con il non-tempo e la riduzione di tutto ciò che non è fisico al non-tempo produce un dualismo tra due mondi nel quale, mi sembra, la storia perde di ogni serietà. Mentre crediamo di darci da fare al suo interno, essa d’altra parte è già superata. La fine della storia non è un affare della storia stessa, ma appartiene al luogo dove non esiste alcuna storia. Devo confessare che questo dualismo mi rimane incomprensibile […]. In una concezione circolare del tempo si iscrive infatti la trama dei “misteri“ della vita di Cristo, di cui fa memoria l‘anno liturgico: eventi datati e perciò appartenenti a un passato irripetibile, ma il cui atto interno, per quanto ancorato al tempo e da lui proveniente, permane, diviene una realtà nella quale la storia può uscire ed entrare.[xi]
Nell’enciclica Fratelli tutti papa Francesco sembrava invece voler orientare un progetto di nuovo ordine mondiale, che in modo sempre più evidente è condiviso da alcune élite economiche, anche in risposta ai successi del modello socio-economico cinese, di cui condividerebbe in realtà l’autoritarismo (Great Reset 2021). In bella vista sul sito del World Economic Forum, col Great Reset ci si proponeva di ristrutturare radicalmente l’economia mondiale e le relazioni geopolitiche sulla base di un database globale gestito dall’Intelligenza Artificiale. L’obiettivo ultimo è quello di contare, gestire e controllare in modo efficiente tutte le risorse (magari in nome della “sostenibilità” o della tutela della salute, come è accaduto in occasione della crisi pandemica), persone comprese, con precisione digitale, per permettere a una ristrettissima cerchia di privilegiati, di godere il mondo senza interferenze da parte dei comuni mortali, che dovrebbero magari accontentarsi di una sorta di reddito di cittadinanza universale.
Che la si applichi a un modello collettivista come quello cinese o a uno individualista come quello americano la tecnologia degli algoritmi e dell’IA è meno che in altri casi uno strumento neutro. Appuntarsi sui primi, escludendo dalla discussione il quadro di riferimento generale costituito dal sistema tecnico, dal momento che parrebbe assurdo valutare eticamente i mezzi interplanetari o la telematica nella misura in cui ogni nuovo elemento apportato dalla tecnica costituisce un semplice dato di fatto, finisce infatti con l’aumentare la capacità pervasiva del sistema, comprimendo ogni libertà.
In teoria, sembra che la possibilità di scelta sia preservata o addirittura che le nuove tecnologie siano “liberatrici”. Si alimenta invece, con inconsapevole ottimismo, il processo inverso: la concreta possibilità che tutti i dati siano infine raccolti in un unico sistema informatico nel quale, una volta regolati da opportuni algoritmi, determinino ogni destino con puntuale precisione, mai raggiunta prima da nessuno Stato di polizia, pur mantenendo magari la forma della legalità democratica.
Rerum novarum
Il nuovo pontefice è particolarmente sensibile a questa nuova modalità di governo in cui il Leviathan più che disciplinare i corpi mira a surrogare l’anima, tanto che si parla insistentemente di un’enciclica dedicata all’IA. Preservare “volti e voci umani”, e la loro unicità, significa per prima cosa, per Leone XIV, proteggere dall’assalto della tecnologia quelli che sono «pilastri fondamentali della civiltà umana», poiché l’essere umano non è «una specie fatta di algoritmi biochimici, definiti in anticipo». Ciascuno, invece, «ha una vocazione insostituibile e inimitabile che emerge dalla vita e che si manifesta proprio nella comunicazione con gli altri». L’intelligenza artificiale, simulando le voci e i volti degli uomini, infatti, non solo interferisce «negli ecosistemi informativi» ma invade «anche il livello più profondo della comunicazione, quello del rapporto tra persone umane». Più volte Prevost aveva denunciato i rischi legati agli algoritmi, che «chiudono le persone in bolle di facile consenso e facile indignazione» e «indeboliscono la capacità di ascolto e di pensiero critico», aumentando la «polarizzazione sociale».[xii]
La scelta di tempo e luogo da parte di Peter Thiel per tenere le sue conferenze non è dunque casuale. Secondo questa interpretazione il “destino manifesto” geopolitico degli USA sarebbe pronto a sostituire il pontefice nel ruolo di katechon, affrettando in realtà l’avvento di quel potere assoluto che sta cancellando l’umano in quanto tale per portare a compimento un’eventualità che già Platone aveva identificato con la tirannide ossia con l’alterazione da parte di una “figura della perdizione”, non vincolata dalla venerazione degli dei, del delicato equilibrio necessario all’uomo per vivere e non semplicemente per esistere quale entità biologica.
[i] Vladimir Sergeevič Solovʼëv, I tre dialoghi e il racconto dell’Anticristo, introduzione, traduzione e note di Aldo Ferrari, Milano, Vita e Pensiero, 1995.
[ii] A. Dempf, Sacrum Imperium. La filosofia della storia e dello Stato nel Medioevo e nella rinascenza politica, traduzione di Carlo Antoni, Messina-Milano, Principato, 1933, pp. 196-197.
[iii] Il dramma dell’Anticristo (Ludus de Antichristo), a cura di Stefano Piacenti, Rimini, Il cerchio, 2009, p. 45.
[iv] A. Dempf, ibidem, p. 198.
[v] L’anticristo. 2: Il figlio della perdizione. Testi dal 4. al 12. secolo, a cura di Gian Luca Potestà e Marco Rizzi, Milano, Fondazione Lorenzo Valla, Arnoldo Mondadori, 2012, pp. 409, 413
[vi] A. Spadaro, Predicare l’Anticristo a Roma. La fine del mondo secondo chi la finanzia < https://antoniospadaro.substack.com/p/peter-thiel-predicare-lanticristo>
[vii] <https://formiche.net/2020/10/enciclica-papa-fratelli-tutti-padre-spadaro/>.
[viii] G. Agamben, Il mistero del male. Benedetto XVI e la fine dei tempi, Roma-Bari, Laterza, 2013, p. 16.
[ix] G. Agamben, ibidem, p. 17.
J. Ratzinger, La fine del tempo, in La provocazione del discorso su Dio, Brescia, Queriniana, 2005, pp. 22, 23.
[xi] J. Ratzinger, ibidem, pp. 42-43.
[xii] A. Palmucci, Cosa ha detto papa Leone sull’Intelligenza artificiale e sul cyberbullismo, “Avvenire”, 24 gennaio 2026.