Guerra perpetua
1 Mar 2026
Quanto scritto nel 1943 da Salvatore Satta a proposito dell’impero britannico vale ancora oggi dopo il passaggio di testimone, nella continuità di fini e metodi, prima agli Stati Uniti d’America e poi all’ircocervo nominato Occidente, con la testa a Tel Aviv, la cinghia di trasmissione nel Deep State e il braccio armato nell’apparato industrial militare USA.
Una nazione o uno Stato che non racchiude in sé alcuna idea universale non è in sostanza altro che una grossa società anonima, con milioni di azionisti, o forse anche con pochi, se si tien conto, della inuguale distribuzione delle ricchezze. l.e sue imprese potranno essere colossali, e in qualche momento simulare anche la grandezza: il principio statuario che le regge sarà sempre l’interesse della società, e questo sarà l’unica voce che essa potrà portare nel perpetuo rivolgimento umano, cioè nella storia. Perciò l’azione dell’Inghilterra nel concerto dei popoli non appare mai positiva, ma negativa: la ricerca di un equilibrio, che si risolve ora nel sacrificio dell’uno, ora nel sacrificio dell’altro, all’unico fine e con l’unico risultato di mantenere in piedi la sua pericolante amministrazione, e prorogare il termine di scadenza della società. La rottura fatale di questo equilibrio è la guerra: ma lo spaventoso tributo di sangue che l’Inghilterra impone periodicamente all’umanità e a se stessa per la sua sopravvivenza non pesa sul suo bilancio, e anche oggi, mentre quel sangue scorre in copia superiore forse al previsto, la vediamo studiare attentamente gli spostamenti delle forze antiche e il determinarsi delle forze nuove, e preparare a spese di quelle e di queste, in conferenze a due, a tre, a quattro, rese spettacolari dalla modernità dei trasporti, un nuovo equilibrio, e quindi una nuova guerra.
(Salvatore Satta, De profundis, Milano, Adelphi, 1980, pp. 95-96)