Verybello
26 Mar 2023
Se c’è una data in Italia che segna il passaggio dalla modernità all’ipermodernità, detto altrimenti del superamento del reale da parte del virtuale, del digitale sull’analogico, del discreto sul continuo. . . , quella data è il 2015, l’anno dell’Expo a Milano. Non si è trattato, come soprattutto a distanza di tempo verrebbe da pensare, di un evento minore. O almeno, non lo è stato per quanto riguarda le implicazioni di un’anacronistica “esposizione universale”, che ha comunque visto milioni di persone transitare in pochi chilometri quadrati all’estrema periferia della città in visita a un microcosmo di video al plasma, ibrido tra il cinemascope e il metaverso. L’unanimità mediatica aveva già da tempo (profezia auto avverata) consacrato l’expo ad avvenimento epocale scomunicando definitivamente ogni dissenso con l’enfatizzazione dei disordini provocati nel corso di una manifestazione minore. Preludio (o prova generale?) al sequestro di un’intera nazione in concomitanza di un’epidemia virale. Non a caso, tra l’altro, la fine dell’utopia telematica che prometteva a tutti di conoscere e farsi conoscere, di vedere e farsi vedere, di ascoltare e farsi ascoltare senza confini e barriere, e la sua istituzionalizzazione nel cosiddetto “capitalismo del controllo” è venuta a coincidere da quel periodo col proliferare del prefisso smart, dal quale non ci siamo più liberati. Smart sarebbe anzitutto la possibilità di accedere alla realtà e alla cultura, apparentemente senza quegli intermediari che rimandano a una società rigida e elitista. Magari attraverso un portale come quello concepito dall’ex ministro della cultura Franceschini proprio in occasione dell’expo milanese col patetico nome di Verybello, liquidato dopo pochi mesi per essere sostituito nel 2020 da ItsArt (!). La Netflix nostrana doveva offrire in digitale lo spettacolo dell’arte italica nei mesi della chiusura pandemica ma anche raccogliere un pubblico internazionale per il dopo emergenza. Il rapporto costi-benefici è stato tuttavia impietoso: l’accordo tra Cassa depositi e prestiti (socio di maggioranza) e la piattaforma di entertainment Chili S.p.A., un’azienda italiana operante nella distribuzione via internet di film e di serie TV, è costato 20 milioni di euro (7,5 milioni nel solo 2021 a fronte di appena 246 mila euro di ricavi nello stesso anno, e a soli 141 mila utenti registrati). In compenso, il partner privato Chili, che avrebbe dovuto sborsare 6 milioni di euro, poi ridotti a un solo milione, per “entrare nell’affare”, ha visto rimpinguate le sue finanze dall’operazione, dopo otto anni di bilanci in perdita dalla sua fondazione, grazie all’incarico, a pagamento ovviamente, di svolgere la manutenzione ordinaria e straordinaria della piattaforma.[i] Il “Verydisastro” è stato liquidato dal nuovo ministro dei beni culturali ma l’equivoco che fa sostanzialmente coincidere cultura e entertainment continua a sussistere.
Disintermediazione
Ogni civiltà è costituita intorno a una rete di simboli, concretizzati in costruzioni di parole, edifici, oggetti con i quali interpreta le relazioni che intercorrono fra i suoi membri, come quelle che lo legano al cielo e alla terra. Per lungo tempo la mediazione è stata affidata ai ministri del culto, almeno fino a quando le scritture, e in particolare la scrittura alfabetica che consente in modo eminente la distanza dalla parola, hanno convissuto con forme di oralità, delle quali costituivano spesso il semplice supporto. Soltanto l’abbinamento tecnologico della scrittura alfabetica con la stampa aveva infine permesso il superamento della soglia, l’emergere ad effettività storica di una rottura per la quale l’identità collettiva e personale non sono più date dalla discendenza e dalla tradizione ma sono piuttosto il risultato di una costruzione continua, che combina esperienze del passato e prospettive future come ha dimostrato la nascita di popoli organizzati nello Stato-nazione. Per l’individuo, che si riconosce ormai esclusivamente in quanto tale, la tradizione ha smesso di essere ovvia e non forma più un tutt’uno con la vita.
Se il culto è diventato cultura, è tuttavia il concetto stesso di quest’ultima a indicare la forma occidentale di mediazione con il reale, la cui completa estinzione significherà la fine della cultura stessa, in qualche modo contenuta dal sogno dell’azione diretta telematica, il cui affermarsi coincide in effetti con l’agonia dei principali spazi di mediazione: dal cinema al teatro, dalla sala di concerto alla biblioteca.
Sarebbe tuttavia semplicistico ricondurre tutto al mutamento tecnologico. Valga l’esempio di una forma eminente di mediazione culturale: la critica letteraria. Nel 1983, il critico Giancarlo Vigorelli poteva già parlare al passato dell’esperienza di Weltlitteratur della COMES, la Comunità europea degli scrittori con la quale aveva perseguito l’ideale di Goethe di istituire una società letteraria internazionale riconosciuta nella quale avessero occasione di confronto (o di scontro) scrittori di diversa provenienza e orientamento. Evidentemente, Vigorelli non era più molto sicuro neppure dello stato di salute della letteratura nazionale. Per quattro numeri, tra il 1983 e il 1984, la “Nuova Rivista Europea” da lui diretta accolse le risposte di quegli (oltre cento gli inviti) scrittori e uomini di cultura che avevano voluto confrontarsi col quesito: “Esiste in Italia una società letteraria?”. Un passaggio della risposta di Alberto Vigevani ne datava invece proprio la fine: “Più o meno dall’immediato dopoguerra, quando in qualche modo si frantumò, o si sfasciò del tutto la preesistente società letteraria che, pur guardando a Parigi (la “Nouvelle revue française” ecc.) aveva come centro ideale Firenze e come legante l’opposizione al fascismo (talora espressa, talora taciuta). I nostri, tuoi e miei, caffè milanesi erano in fondo dépendence di Firenze, dove ancora oggi esiste una ristretta società letteraria. Ma non altrove, a parte Roma: esiste magari un mercato letterario, una borsa coi suoi “operatori culturali”, i clans delle redazioni editoriali, quelli dei quotidiani e dei periodici, le vendite e gli acquisti degli autori di più o meno abilmente confezionati bestsellers (quando non finiscono al macero)”.
Su questo scenario si è affermato internet che sta progressivamente erodendo il supporto fisico della letteratura (il libro) ma che più in generale provvede a frantumare l’unità stessa di ogni opera in nome della fruibilità on demand. Il progressivo calo della tensione connesso alla perenne disponibilità domestica delle arti performative ha prodotto un crescente calo dell’attenzione che porta a preferire la visione di un’opera in pezzi e a momenti piuttosto che seguirla dall’inizio alla fine come imporrebbe l’acquisto di un biglietto e l’uscita dalle mura domestiche. Quella che sembrava una liberazione è diventata un’auto prigionia, una condanna a rimanere soli con sé stessi senza mai porsi in dialettica con qualcosa di superiore o semplicemente di esterno.
Tamburi tribali
L’insuccesso dei portali culturali dimostra che il processo per trasformarci nei dormienti del film Matrix è ancora lungi dal compiersi, almeno per quanto riguarda la dimensione fisica del viaggio. La trasformazione dello spettatore in follower è tuttavia un passo importante nella sostituzione del policentrismo delle antiche mediazioni con il monismo dell’algoritmo.
Ancora agli albori dell’era telematica Marshall McLuhan aveva previsto che mentre i sensi vanno fuori di noi, il Fratello Maggiore entra in noi. Così, se non riusciremo a renderci conto di questa dinamica, ci ritroveremo improvvisamente in una fase di terrori panici, assolutamente appropriata ad un piccolo mondo di tamburi tribali, di totale interdipendenza e di coesistenza imposta dall’alto.[ii]
La promessa di onnipotenza del pensiero tecnico-scientifico rischia così di rendere non solo inattuali ma anche incomprensibili secoli di civiltà europea. La cosiddetta tecnoscienza, sostanzialmente diversa dalla scienza sperimentale fondata sul giudizio ipotetico e caratterizzata da fallibilità e provvisorietà, tende a diventare una forma di fondamentalismo superstizioso e a tradursi in un destino tanto irreversibile quanto oscuro e incombente, all’origine presso le masse meno acculturate di un ritorno alle pratiche magiche: oroscopi, occultismi, parapsicologia, satanismi, che fanno intravedere la possibilità, in un futuro prossimo, di una società preda di pulsioni irrazionali (per molti versi simile a quella del tardo impero romano), invisibilmente guidata da una élite di tecnocrati.
A questi ultimi sono state consegnate le chiavi di una memoria, sempre più breve, che permette loro sul medio periodo di conseguire oltre ogni impegno, resistenza o promessa quei risultati che si erano prefissi fin da principio.
Nel 2011, data dell’ultima stagione politica partecipata, i cittadini milanesi avevano votato a favore di cinque referendum consultivi di indirizzo sull’ambiente. Uno dei cinque quesiti proponeva: Richiesta che il comune adotti tutte le azioni necessarie per garantire la conservazione integrale del parco agroalimentare che sarà realizzato sul sito di Expo 2015. Nel 2010, in vista dell’esposizione, l’allora sindaco Letizia Moratti aveva già promesso che sull’area sarebbe dovuto sorgere, come eredità, uno dei parchi lineari più grandi d’Europa: “800 ettari dalla Darsena fino a Pero”.
A scanso di dubbi e dietrologie “complottiste”, lo stesso anno dei referendum, si era tuttavia costituita Arexpo, la società a maggioranza pubblica creata al fine di acquisire le aree destinate a ospitare l’esposizione allo scopo, dopo la fine dell’evento, di provvedere alla loro nuova destinazione. Per la partita immobiliare milionaria, già implicita nella scelta del luogo dell’esposizione, si è dovuto attendere qualche anno ma essa è ormai in pieno svolgimento come testimonia la foresta (di gru), nel generale silenzio.
All’ipercultura digitale difettano evidentemente attenzione, senso critico e memoria, ai quali abituavano i tradizionali intermediari culturali.
In termini prosaici, se la cultura non rende costituisce almeno un valido deterrente alla realizzazione degli interessi di pochi a scapito di una vita degna per tutti.
[i] A. Daniele, Its Art, la “Netflix italiana delle cultura in liquidazione <https://avanti.it/itsart-la-netflix-italiana-della-cultura-in-liquidazione/>.
[ii] M. McLuhan, La galassia Gutenberg. Nascita dell’uomo tipografico, Roma, Armando, 1975, p. 60.