Vivan las cadeñas

24 Mag 2020

Nella scena che apre il film di Luis Buñuel “Il fantasma della libertà”, nella quale è messo in scena il celebre dipinto di Goya, Tres de majo, un patriota spagnolo sussurra la frase “Viva la cadeña” prima di essere fucilato.“Vivan las cadeñas” (viva le catene!) aveva effettivamente esclamato il popolo spagnolo nel 1814 al ritorno di Ferdinando VII, dopo aver provato l’invasione francese e la sua “libertà”. Ma “Vivan las cadeñas” devono aver pensato a più riprese anche i nostri governanti: soprattutto tecnici di lungo corso come Guido Carli, che, giovane consigliere d’amministrazione dell’Ufficio italiano dei cambi al seguito di Alcide De Gasperi, aveva già assistito, nel 1947, all’umiliante consegna di un assegno da 50 milioni di dollari da parte del segretario al tesoro americano al nostro presidente del consiglio. Al momento della firma del trattato di Maastricht nel 1992, Carli dichiarò senza mezzi termini che, senza un vincolo esterno, in grado di frenare le nostre politiche di bilancio, non saremmo stati in grado di amministrarci.[i]

Privatizzazioni

Il mercato comune istituito nel 1957 col Trattato di Roma era nato in effetti come risultato del compromesso politico fra le posizioni della Francia, che mirava a conservare i vantaggi per i propri agricoltori ma anche a dotare il sistema di sufficiente forza da garantirne l’indipendenza rispetto ai due blocchi della Guerra fredda, con quelle della Germania che, rispetto ai progetti dei federalisti, riuscì ad assicurarsi un’integrazione economica basata sulla libera concorrenza in cui le istituzioni comuni avessero semplici compiti di sorveglianza sull’applicazione delle regole comuni da parte degli Stati.[ii] L’Italia allora come ora figurava da ospite d’onore.

Nel 1992 una violenta crisi valutaria, la cui effettiva gravità è ancora oggetto di discussione, probabilmente sopravvalutata,[iii] determinò l’uscita dal Sistema monetario europeo dell’Italia e del Regno Unito. Alla crisi le nostre autorità risposero con una serie di provvedimenti di evidente impostazione neoliberista tesi a imbrigliare la spesa e ad avviare il processo di privatizzazione delle imprese pubbliche. L’accordo fra il ministro degli Esteri Andreatta e il commissario europeo Van Miert costituì di fatto un commissariamento dell’Italia, al quale, per tranquillizzare i mercati finanziari, fu sacrificato l’IRI trasformato in S.p.a. L’istituto era arrivato in effetti sull’orlo del fallimento per la gestione disinvolta operata, specie nel corso degli anni Ottanta, in modo più o meno occulto dalle segreterie dei partiti, ma aveva anche le risorse per il suo risanamento. Lo status pubblico-privato non poteva del resto costituire una discriminante dal momento che per analoghi enti come la KfW-Kreditanstalt fiir Wiederaufbau tedesca e la Caisse des dépòts et consignations (Cdc) francese non si è mai parlato di privatizzazione.[iv] All’Italia fu invece imposto il termine perentorio di tre anni per dismettere centinaia di aziende attive nei più vari settori e ciò nonostante imponenti aiuti di Stato continuassero ad essere erogati alle grandi aziende private sotto le più diverse voci. I risultati delle privatizzazioni sono stati sul lungo periodo generalmente catastrofici, a cominciare dall’industria agro-alimentare che ha visto lo smembramento della SME, un gruppo che raccoglieva aziende private salvate dal fallimento come Motta e Alemagna ma che aveva saputo unire produzione e grande distribuzione con GS e Autogrill, e i cui satelliti sono alla fine finiti in mano straniera, mettendo il nostro settore agricolo in uno stato permanente di minorità.

Esemplare per quanto riguarda le privatizzazioni è stata la vicenda di Telecom Italia avviata nel 1997 con il primo governo di Romano Prodi, già protagonista da presidente dell’IRI negli anni Ottanta dell’indebitamento dell’ente e poi della sua dismissione nel 1993-1994. Il gigante da oltre centomila dipendenti passò sotto il controllo di un nucleo di azionisti privati guidato dagli Agnelli con appena il 6,62% del capitale. Nel 1999 ci fu invece l’Opa dei cosiddetti “capitani coraggiosi” guidati dalla Olivetti di Roberto Colaninno che, per i miliardi necessari all’operazione, dovette vendere Omnitel (la telefonia mobile italiana) a Mannesmann per poi cedere anche Telecom ormai in declino a Tronchetti Provera. La gestione privata di Telecom si limitò a tagliare i costi industriali per compensare la contrazione dei margini e continuare a remunerare gli azionisti. “Nel decennio 1998-2007, soprattutto a opera delle gestioni di Colaninno e Tronchetti, gli azionisti hanno spremuto dall’azienda 64 miliardi di euro tra dividendi, acquisti di azioni proprie, due offerte pubbliche d’acquisto di minoranze azionarie di Telecom e Tim e i debiti della scalata del 1999 scaricati dalle società azioniste su quelle operative, a valle. Un’appropriazione non indebita – e proprio questo è il grave – che non ha eguali nella storia del capitalismo italiano né in quella degli ex monopoli del settore in Europa”.[v]

Le vicende della telefonia hanno visto incrociarsi il destino di due paladini dell’economia nazionale, quella pubblica e quella privata: Romano Prodi e Marco Tronchetti Provera, apparentemente così diversi eppure accomunati da un identico risultato delle rispettive gestioni, riassunto da un’espressione: liquidazione degli interessi nazionali, per il primo con la fine dell’IRI, per il secondo, più che con la vendita di Telecom all’operatore spagnolo Telefonica avvenuta nel 2007, per la conversione del gruppo Pirelli dall’industria al real estate e alla finanza fino alla sua definitiva cessione agli investitori cinesi. L’assenza di adeguate reazioni a queste vicende dà la misura concreta dello svuotamento dell’idea di nazione italiana, dove ogni riferimento al bene comune è solo la copertura retorica per la difesa di un interesse di parte quando non semplicemente individuale o familiare. Romano Prodi ha rischiato di chiudere la carriera come Presidente della Repubblica, Tronchetti Provera si è fatto garantire dai soci cinesi la posizione di amministratore delegato fino al 2020, dopo di che si è riservato il giudizio insindacabile nella nomina del successore.

Altri giganti ex IRI: Eni, Enel, Finmeccanica sono rimasti con una maggioranza relativa in mano pubblica ma il debito continua a salire. Nel frattempo è avvenuto di peggio: la privatizzazione dei servizi idrici, mascherata da rivoluzione efficientista, che ha visto prevalere la lex mercatoria sul bene comune e sulla volontà popolare espressa dal referendum del 2011. L’appiattimento delle ragioni del diritto su quelle dell’economia ha aperto la strada alla devastazione definitiva del territorio nazionale da parte degli investitori riducendolo a miniera e discarica. Naturalmente nel silenzio mediatico di un giornalismo prezzolato che esalta emergenze minori per occultare quelle importanti.

 

Moneta unica

Ma Maastricht, prima ancora che un atto di politica economica, rappresentava la fine dell’idea di un’Europa federale, pur celata dietro il funzionalismo economico, a favore di una confederazione fondata su accordi intergovernativi, necessariamente condizionata da rapporti di forza. Pochi anni dopo, un’altra decisione di politica economica, strettamente legata alla prima, fu presa da un altro tecnico della Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi, per motivi strettamente politici. Sull’ingresso nella moneta unica dalla prima ora giocò infatti in modo risolutivo la preoccupazione per il progetto della Lega Nord, teorizzato da Gianfranco Miglio, relativamente alla divisione dell’Italia in tre Cantoni. La salvaguardia dello Stato risorgimentale: una camicia di Nesso imposta alla nazione italiana, fu affidata a una serie di variabili economiche sulla base delle quali l’adozione tempestiva dell’euro doveva risultare una panacea per l’economia del Paese. In realtà, delle precondizioni postulate per arrivare a quell’esito, la flessibilità nel mercato del lavoro si tradusse in una diffusa precarietà mentre gli investimenti da parte del capitale privato rimasero sulla carta così come la revisione della spesa pubblica.[vi]

A vent’anni di distanza siamo daccapo ma questa volta senza nessun ambizioso progetto europeo all’orizzonte: Mes, Sure, Bei, Recovery fund sono solo strumenti finanziari, prestiti sub conditione “per incentivarci alle riforme”, come viene eufemisticamente dichiarato, anche se la sostanza di quelle riforme già la conosciamo: ulteriori svendite del patrimonio nazionale in ogni sua forma, questa volta magari anche territoriale; un accorciamento delle filiere produttive strategiche, rivelatesi vulnerabili con la pandemia, mantenendo entro i confini europei attività a rischio con salari abbassati, da trasferire nel Mezzogiorno o in quei territori nei quali l’indebolirsi dei legami sociali aveva già consentito agli investitori di penetrare con facilità, con costi di insediamento minimi e con poche obiezioni ecologiche. Certo ci resterà la soddisfazione di sventolare il tricolore e di cantare l’inno alle partite della Nazionale oltre che di mantenere il nostro ceto politico, magari un po’ ridotto nel numero… Ma su quest’ultimo punto è meglio non peccare per eccessivo ottimismo.

 

[i] P. Dardot, C. Laval, La nuova ragione del mondo. Critica della razionalità neoliberista, Roma, DeriveApprodi, 2013,, pp. 358-359.

[ii] Conversazione di Pietro Craveri con Lucio Caracciolo, in Il muro portante, “Limes”, 10 (2019), pp. 109-110.

[iii] R. Artoni, Un profilo d’insieme, in Storia dell’IRI, 4. Crisi e privatizzazione, 1990-2002, a cura di R. Artoni, Roma-Bari, Laterza, pp. 35-38.

[iv] M. Mucchetti, L’ultimo decennio, revisione di una liquidazione sommaria, in Storia dell’IRI, ibidem, Roma-Bari, Laterza, pp. 545-547

[v] M. Mucchetti, ibidem, pp. 594-595

[vi] P. Peluffo, Ciampi volle l’euro per salvare l’unità d’Italia, in Il muro portante, “Limes”, 10 (2019), pp. 113-122.

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