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Il Gallo Silvestre

ARTICOLI

Arma non convenzionale

di Alberto Di Bello11 min di lettura

Un attore italiano è stato espulso da un programma televisivo per avere indossato una maglietta con una frase coniata da D’Annunzio durante la guerra 1915-1918. Di contro, un corpo paramilitare ucraino utilizza come simbolo di riconoscimento la runa nordica Wolfsangel, la stessa che usarono i militari della seconda divisione Panzer delle SS, “Das Reich”; un pilota, in un video girato per chiedere il sostegno finanziario occidentale all’esercito ucraino, ha esibito la Schwarze Sonne , il simbolo esoterico col quale era decorata la sala principale del castello di Wewelsburg, centro ideologico delle SS; lo stesso presidente ucraino, nonostante l’origine ebraica, partecipa a dirette televisive nelle quali si cerca di riabilitare il nazionalista Stefan Bandera, alleato della Germania durante la Seconda guerra mondiale.

Ma i media mainstream non hanno trovato nulla da eccepire.

Rispetto alla valenza emotiva dei simboli, la riabilitazione di Bandera è certamente più significativa nella misura in cui implica un’argomentazione storica che si vuole razionale e che di conseguenza deve avere il suo fondamento nei fatti.

In tempi non sospetti Aleksandr Solzenicyn aveva ricostruito l’attività dell’Organizzazione dei nazionalisti ucraini (OUN) di Bandera-Melnik durante il 1940 e nella prima metà del 1941 quando la base del gruppo si trovava nella parte di Polonia occupata dai nazisti. Nel prepararsi all’eventualità di una guerra della Germania contro l’URSS, insieme alla creazione di una milizia si stilarono liste di proscrizione nelle quali gli ucraini di origine ebraica avevano un ruolo di rilievo, e che servirono in seguito al loro sterminio. Nell’aprile del 1941, all’inizio della guerra tedesco-sovietica, l’organizzazione approvò, in occasione del suo secondo Congresso a Cracovia, una risoluzione che affermava (articolo 17): Gli ebrei nell’URSS sono il fedele sostegno del regime bolscevico al potere e l’avanguardia dell’imperialismo moscovita in Ucraina […] L’Organizzazione dei nazionalisti ucraini considera gli ebrei come il sostengo del regime bolscevico di Mosca, e informa le masse popolari del fatto che Mosca è il nemico numero uno.1

I membri dell’OUN si spostarono verso est con le truppe tedesche e alcuni distaccamenti di nazionalisti come il “Roland” e il “Nachtigall” furono integrati dell’esercito germanico. Nell’estate del 1941, nell’Ucraina occidentale, avvenne un’ondata di pogrom con la partecipazione dei partigiani di Melnik e di quelli di Bandera, nei quali perirono quasi 28 mila ebrei. Fino a quando i rapporti dell’OUN con i tedeschi non cominciarono a guastarsi a causa del mancato riconoscimento dell’indipendenza, i nazionalisti e la polizia ucraina collaborarono del resto attivamente con le SS nel fucilare migliaia di loro concittadini di origine ebraica.

Se l’attuale prospettiva mediatica significasse la presa d’atto della discontinuità fra i fenomeni contemporanei e i movimenti totalitari novecenteschi, che attingevano la loro potenza persuasiva dalla convinzione di esprimere “il senso della storia” (e che da ciò derivavano la loro apparente invincibilità, ma insieme anche l’irreversibilità rispetto a una sconfitta decisiva, accompagnata dalla morte violenta del capo, che rappresenta con la confutazione logica della loro pretesa anche la loro scomparsa), si potrebbe con soddisfazione prendere atto del superamento delle logiche del secolo passato.

Il fatto che un braccio alzato o una maglietta possano invece far sospendere, ad esempio, una manifestazione sportiva indica che, anche se al gradino più basso della sua parabola, quello giornalistico, la nostra prospettiva è invece ancora quella dello storicismo. Dipende cioè dall’illusione che la Storia abbia mantenuto in sé quella normatività e quella razionalità oggettive che hanno asservito l’esistenza collettiva al semplice dato di fatto (politico nel caso dello Stato, economico se riferito ai mercati), connettendo tuttavia il valore euristico della storiografia più agli argomenti necessari a giustificare un’azione efficace nel contesto di una situazione di lotta, o come legittimazione del dominio, che a una conoscenza scientifica.

La matrice delle filosofie della storia si trovava senza dubbio già pronta nella lettura ebraico-cristiana della vicenda umana interpretata come storia della salvezza, diffusa tra una cosmologia (creazione del mondo) e un’escatologia, attraverso una vicenda orientata e marcata da una serie di eventi fondamentali: peccato originale, incarnazione, resurrezione con valore per l’umanità e per i singoli, ma in rapporto a una realtà trascendente, alla storia di Dio con l’uomo.

Le filosofie della storia hanno tentato di trasferire quel significato in una dimensione immanente alla vicenda umana, in particolare nel valore paradigmatico assunto dalla vicenda occidentale per una sua presunta unità leggibile alla luce della ragione, e ciò malgrado la difficoltà di sviluppare una narrazione in grado di comprendere il carattere “singolare” degli eventi analizzati, superandoli per accedere a un significato più generale (se non addirittura universale) senza perderne tuttavia la specificità.

Hegel aveva situato il movimento della storia in una dimensione di immanenza alla storia stessa, così che la sua stessa filosofia ha assunto come scopo quello di rendere conto del fatto della Storia. In analoga prospettiva, Marx aveva fatto rientrare il divenire storico nel quadro di concrete condizioni di produzione corrispondenti a strutture culturali operanti per lo più in maniera tacita, ma rispetto alle quali risultava vana qualsiasi pretesa di oggettività e disinteresse da parte della ricerca storiografica.2

La questione del tipo di verità del sapere storico non concerne soltanto la metodologia delle discipline storiografiche ma anche il loro fine, riflesso di una questione filosofica più generale: il fondamento razionale della singolarità dell’individuo, divenuto questione urgente col progressivo declinare dei parametri metafisici e religiosi.3 Non a caso la storiografia come disciplina autonoma è apparsa nel XVIII secolo, sviluppandosi poi pienamente solo nel XIX, quando i cambiamenti economici, che avevano accompagnato la nascita del capitalismo, e quelli politici connessi alla rivoluzione francese alimentarono la riflessione al fine di integrare nella categoria della verità i radicali mutamenti avvenuti. A partire dalla giustificazione di come con uno Stato amministrativamente centralizzato si fosse resa possibile la mobilitazione politica dell’intero popolo nell’impressionante manifestazione di forza, esplicitatasi nelle campagne napoleoniche, che chiarirono, senza possibilità di equivoci, quale sarebbe stata la formula del “successo” per l’avvenire. Da allora, nulla fu più paradossalmente “internazionale” della formazione delle identità nazionali, definite da E. Renan (1823-1892): “un plebiscito di ogni giorno”, che aveva per oggetto la scelta di un’eredità simbolica e materiale di memorie da conoscere e onorare. Operazione tutt’altro che evidente dal momento che gli antenati non si erano preoccupati di redigere un testamento indicando ciò che desideravano venisse tramandato, e tanto più difficile in quanto si trattava di inventare ascendenti comuni tra siciliani e piemontesi, tra alverniati e normanni, fra svevi e sassoni…4

Essenziali furono comunque la formazione di una letteratura, e soprattutto, la redazione di una storia nazionali. Emblematica in questo senso fu la fondazione nel 1819 dell’istituto dei Monumenta Germaniae Historica, a seguito della “umiliazione” della nazione tedesca da parte di Napoleone, al fine di rivitalizzarne il grande passato. Modello imitato da altri paesi, che creò un legame tra nazionalismo e discipline storiche mai più dissoltosi. Dal punto di vista politico si erano poste le premesse per quella dinamica spesso violenta di inclusione-esclusione delle minoranze etniche che specie nell’Europa Orientale ha avuto effetti deflagranti dei quali misuriamo ad oggi le conseguenze.

All’inizio del XIX secolo solo un quarto dei territori del Sacro romano impero germanico era effettivamente abitato da popolazioni di lingua tedesca, e nello stesso regno di Prussia si parlavano correntemente il lituano, il lettone, l’estone e il polacco.

Il diffondersi del principio nazionale fu sempre complesso, non lineare e spesso contraddittorio in modo particolare tra i popoli della monarchia danubiana. Gli ungheresi che erano stati fra le principali vittime della repressione seguita alle rivolte del 1848 ebbero un importante ruolo, dopo aver ottenuto la parità politica con l’Austria nel 1867, nell’ostacolare ulteriori tentativi di federare la monarchia, timorosi di perdere una posizione di privilegio nei confronti degli slavi.

In alcune regioni dell’impero, come la Transilvania, le lotte nazionali fra magiari, sassoni e romeni assunsero nel XIX secolo un carattere addirittura grottesco, e ad ogni modo completamente irrazionale, a dispetto delle secolari condizioni fino ad allora esistenti di pacifica convivenza. Le medesime condizioni che avevano permesso agli slovacchi di vivere senza problemi accanto agli ungheresi per un millennio. L’autodefinirsi etnia a sé stante, attorno alla metà del XIX secolo, comportò con la creazione di una lingua scritta, l’irredentismo nei confronti degli ungheresi. Alcuni uomini politici slovacchi cercarono una soluzione nell’ideologia panslavista, col conseguente avvicinamento al movimento nazionale ceco. L’unione degli slovacchi e dei cechi avverrà con abili manovre dell’emigrazione politica piuttosto che traducendo la volontà della popolazione, che verrà consultata con un referendum solo nel 1918. La repubblica cecoslovacca fondata sul falso principio dell’identità nazionale dei cechi e degli slovacchi non accorderà molta più autonomia a questi ultimi di quanto avessero fatto gli ungheresi.5 Un processo analogo riguardò i serbi e i croati.

Per quel che concerne i polacchi, dopo la repressione che li aveva colpiti per la partecipazione attiva alla rivoluzione ungherese del 1848, gli austriaci assunsero un comportamento benevolo verso di loro in funzione antirussa: la Galizia si avviò verso la concessione di una più ampia autonomia, e le relazioni tra l’aristocrazia polacca e quella austriaca furono particolarmente buone, tanto che nobili polacchi come i Radzwill ebbero accesso all’Herrenhaus (Camera alta), e lo stesso Francesco Giuseppe era solito recarsi almeno una volta all’anno in polonia nel castello di Potocki.

I nazionalisti polacchi avevano tuttavia a loro volta l’obiettivo di un territorio esteso da mare a mare (dal Mar Nero al Baltico), ottenuto rientrando in possesso dei territori che consideravano di loro retaggio: i Paesi baltici, la Bielorussia e la parte occidentale dell’Ucraina attuale. Furono loro, dopo il sanguinoso fallimento della rivolta antirussa del 1863, a orientare i gruppi  ”ucrainofili” della Galizia nella creazione di una lingua ispirata dal dialetto malorosso (piccolo russo), funzionale alla creazione di un’identità etnica che affermasse la diversità dai russi.

Tutti gli irredentismi ai quali si è accennato non avrebbero avuto ragione di successo se non fossero stati al centro di più ampi disegni geopolitici, come ha mostrato François Fejtö in merito alla fine dell’impero asburgico, decretata per affermare l’egemonia degli Stati Uniti sull’Europa e la crociata nazionalista della Francia, e che ancor oggi si manifestano nelle cosiddette “rivoluzioni colorate”.

Anche il legame tra storiografia e nazionalismo non si è del resto interrotto dopo che nelle società occidentali avanzate al posto di celebrare santi e onorare eroi, si è iniziato a rendere omaggio alle vittime. Il XX secolo si è trasformato di conseguenza in una galleria della memoria morale di valore pedagogico, le cui tappe dalle colonie ad Auschwitz al Gulag, fino al “supplemento” cronologico dell’11 settembre sono diventate la posta in gioco di rivalità contrapposte in ciò che Foucault, in sintonia con le affermazioni della Genealogia nietzschiana, aveva definito una “costituzione di memoria” come strumento di potere,6 ovvero come lo stabilirsi di rapporti di forza che giustificano il dominio attraverso un racconto delle origini, in grado di fissare in forma mitica quei rapporti in modo funzionale alla loro conservazione, ovviamente non senza una dialettica interna alle élite dominanti. Ne sono derivati due corollari: il paradosso che la legittimazione al comando venga da chi sa rivendicare con più forza lo status attuale o derivato di vittima; il problematico messaggio che si appartenga ormai a un’epoca nuova e migliore, in grado di istituire un tribunale permanente sulla storia.

L’individuazione delle vittime, da celebrare in riti anti sacrificali che si svolgono con liturgie non dissimili da quelle dei riti propriamente religiosi, ha finito così col rivestire un ruolo prioritario, e i promotori dei “culti della memoria” prima di fissare nel marmo dei memoriali o di affidare a leggi che istituiscono “giornate della memoria” un ricordo spesso improntato a un rigido determinismo, delegano agli storici il compito di fissarne temi e argomenti.

Il dato di fatto che le esperienze umane, per essere raccolte e integrate, necessitino di categorie interpretative comuni non può tuttavia far dimenticare che dal XVIII secolo l’accumulo di sempre nuovi e più astratti concetti sia stato lo strumento fondamentale non per comprendere ma per trasformare la realtà.7 Gli stessi concetti storiografici rischiano da allora di staccarsi parzialmente o del tutto dall’ambito delle esperienze passate per arricchirsi invece di significati utopici, come ampiamente mostrato nel contesto della storiografia marxista o appunto di quella nazionalista.

Non è un caso peraltro che gli strepitosi successi nel settore delle scienze positive abbiano attratto verso queste ultime le menti più capaci, a discapito delle scienze storiche e filologiche, che non possono rinunciare all’evidenza di fatti concreti.

Forse anche per questo, come ha notato Ariel Toaff, la nostra epoca ha gli storici che si merita quelli per cui la ricerca deve per forza di cose portare alle conclusioni che stanno loro a cuore, ancor prima che sia iniziata. Una storia monocolore e ligia al politicamente corretto, che non fa problemi e garantisce una carriera al parcheggio dell’università, nelle terze pagine e nei supplementi letterari dei giornali e nei talk show televisivi. Se infatti prima c’erano gli storici di corte, ora ci sono gli storici dei media, gonfi di sé, che ripetono fino alla noia la loro storia edificante, in gran parte inventata. Anche loro sono a mezzo o a tutto servizio di un pubblico che vuole essere ammonito, educato e indirizzato. Magari tenendo un occhio sugli indici di gradimento.8 

Se all’inizio degli anni novanta questo tipo di storiografia sembrava ammiccare a una “fine della storia”, sancita dal trionfo della democrazia liberale, in cui i conflitti erano ormai un fatto del passato per le società avanzate, e una retaggio soltanto di realtà periferiche arretrate, ancora divise da identità etniche o religiose, nel nuovo millennio gli scenari sono mutati. La memoria è conseguentemente tornata ad essere prepotentemente instrumentum regni, al punto che il governo israeliano può esimersi dal consegnare armi all’Ucraina nel conflitto sostenuto dall’alleato americano, privando in compenso la propaganda russa del suo principale argomento: l’invasione del territorio ucraino come continuazione della guerra patriottica contro il nazismo. Chi potrà sostenere il legame dei militanti di Azov con i nazionalisti di OUN dopo il loro invito a Gerusalemme?

Note

  1. A. Solgenitsin, Ebrei e russi durante il periodo sovietico, Napoli, Controcorrente, 2007, pp. 448-449. ↩
  2. J. A. Barash, Politiche della storia. Lo storicismo come promessa e come mito. Introduzione, Milano, Jaca Book, 2009, pp. 7-56. ↩
  3. R. Bodeii, Destini personali: l’età della colonizzazione delle coscienze, Milano, Feltrinelli, 2002, p. 251. ↩
  4. A.-M. Thiesse, La creazione delle identità nazionali in Europa, Bologna, Il mulino, 2004, p. 8. ↩
  5. F. Fejtö, Requiem per un impero defunto. La dissoluzione del mondo austro-ungarico, Milano, Mondadori, 1990, p. 126 ↩
  6. M. Foucault, Sorvegliare e punire. Nascita della prigione, Torino, Einaudi, 1993, p. 33 ↩
  7. R. Koselleck, Il vocabolario della modernità. Progresso, crisi, utopia e altre storie di concetti, il Mulino, Bologna 2009 pp. 38-39. ↩
  8. A. Toaff, Ebraismo virtuale, Milano, Rizzoli, 2008, p. 76. ↩

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