Gli infallibili
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Ancora oggi gli storici discutono in merito alla datazione della crisi di consenso al fascismo da parte del popolo italiano. Lo scrittore Elio Vittorini con inguaribile ottimismo (e pur avendo continuato a collaborare col regime a oltranza) la indicò negli anni della guerra di Spagna, per altri essa potrebbe risalire alle leggi razziali (1938), i più propendono, con maggiore realismo, per la sconfitta oramai evidente nel conflitto mondiale, nel 1943, quando il territorio stesso della Penisola divenne fronte del conflitto, col corollario di distruzioni e la diffusione della fame.
Il fascino del potere
Certo è che l’intellighenzia italiana non anticipò, almeno pubblicamente, la presa di coscienza del Paese rispetto al dato di fatto, ormai evidente a chiunque, che il regime stesse portando la nazione alla catastrofe, sposando la causa dell’antifascismo dopo la caduta di Mussolini o verso la fine del 1943 o addirittura nel 1944. Solo allora scrittori, economisti, giuristi, filosofi, artisti, storici, uomini di spettacolo cominciarono infatti a inserirsi con ruoli preminenti nella stampa, nel cinema, nella giustizia, nell’economia, nell’arte della nuova Italia.1
Molti di loro erano già transitati per la rivista “Primato”, fondata alla vigilia della guerra dal ministro dell’educazione nazionale Giuseppe Bottai per orientare la nuova classe dirigente destinata a reggere il paese alla fine del conflitto. La rivista costituì un ponte verso le forze progressiste, attive a partire dal 1943, nella cui fila entrarono senza soluzione di continuità gli oltre 250 scrittori, giornalisti, filosofi, pittori, architetti, musicisti, urbanisti, cineasti, che avevano risposto all’appello di Bottai.
Il biglietto d’ingresso per la leadership intellettuale dell’Italia democratica fu staccato generalmente dal Pci che, già alla fine del 1945, aveva iniziato ad “aprire” ai fascisti, ivi compresi i reduci di Salò, in particolare ai sindacalisti, allo scopo di costituire una forte classe dirigente e un’egemonia culturale solo temperate da un tatticismo prudente e al contempo ferreo: Per la Repubblica il passato si avviava così a divenire lo spazio di un duplice comando contraddittorio. Da un lato ricordare il fascismo, ricordarlo collettivamente sempre, farne oggetto di una sorta di obbligo memoriale del discorso pubblico, anche se, beninteso, secondo una memoria confezionata, per così dire, «in separata sede» dai detentori autorizzati della verità’. Al tempo stesso, però, ai singoli, alla loro soggettiva esperienza, alle loro personali biografie, veniva invece comminato l’obbligo di un sostanziale oblio.2
L’esito del voto del 18 aprile 1948 con la vittoria della Democrazia cristiana costò, da parte degli intellettuali, un giudizio di sostanziale “immaturità” al popolo italiano che scontava, oltre la degradazione storica dell’Italia pre-risorgimentale e pre-illuministica, dell’Italia controriformistica e spagnolesca, oltre la degradazione recente della tirannide fascista, anche una corruzione nuova, e cioè quella di un regime democratico egemonizzato da forze culturalmente e storicamente inadeguate a reggere e a guidare un grande paese verso un livello superiore di modernità e di spirito civile.3 Alla pregiudiziale antifascista si affiancò quella laicista, caratteristica degli intellettuali provenienti dal Partito d’Azione, forza politica d’ispirazione socialista e liberale, attiva unicamente dal 1942 al 1947, nella quale erano confluiti i membri del movimento antifascista costituitosi a Parigi nell’estate del 1929 col nome di Giustizia e Libertà. Dopo la guerra, le divisioni ideologiche tra massimalisti e liberalsocialisti radicali, liberaldemocratici e socialisti libertari portarono il Partito d’Azione a sciogliersi in una componente di destra, che approdò al Pri, e in una di sinistra, divisa a sua volta tra i socialisti di Pietro Nenni, filocomunisti, e i socialdemocratici di Giuseppe Saragat. L’influenza degli “azionisti” si esercitò tuttavia in modo ben più duraturo, non tanto nel settore dei mezzi audio-visivi da subito monopolizzati dalla Democrazia cristiana, quanto nell’ambito della stampa, quotidiana, e soprattutto periodica: riviste come “l’Acropoli”, “Lo Stato moderno”, “La Nuova Europa”, “Il Ponte”, “Il Mondo”, diretto da Gabriele Pannunzio, e più tardi, a partire dal 1958, “L’Espresso”. Oppure, si manifestò in grandi progetti editoriali, come quelli della torinese Einaudi, che non a caso ospitava una forte componente azionista (Mila, Bobbio, Venturi), i quali dovevano contribuire a formare una borghesia colta, capace di progettare la società anche in collaborazione coi comunisti, nei confronti dei quali gli azionisti, e più in generale i liberal-socialisti, non ebbero alcuna pregiudiziale (per non confondere la loro posizione con quella di chi, con il pretesto dell’anticomunismo, sosteneva tesi “reazionarie o neofasciste”). L’influenza sulle categorie dirigenti fu interpretata come il surrogato di una strategia vistosamente rivoluzionaria da parte della componente socialista del movimento, mentre la componente liberale auspicava il formarsi di una “classe non classe” in grado di trascendere gli interessi corporativi in nome dell’interesse generale. Di fatto, il laicismo azionista si incontrò col laicismo degli esponenti del capitalismo finanziario al fine di favorire un processo di secolarizzazione nella Dc e di democratizzazione nel Partito comunista, nel cui ambito la definizione gramsciana di “intellettuale organico” era stata ripresa dal segretario Palmiro Togliatti in un articolo su “Rinascita” del 1947. Per il partito, “moderno principe”, gli intellettuali dovevano costruire l’egemonia culturale, condizione necessaria alla presa del potere da parte del proletariato.
Palingenesi sessantottina
A partire dalla metà degli anni sessanta tuttavia, dopo che nelle università americane e poi europee, giapponesi, sudamericane furono rielaborati i temi della Rivoluzione culturale cinese, il fascino del totalitarismo politico tornò a manifestarsi nell’aspirazione a una palingenesi assicurata dalla “rivoluzione permanente” che intendeva fare tabula rasa dell’ordine esistente per edificarne uno del tutto nuovo in grado di dividere la storia fra un “prima” (epoca della corruzione) e un “dopo” (età della rigenerazione morale), attraverso una dottrina soteriologia immanente (il marxismo).
I campioni italiani di questa svolta: Rossana Rossanda, Aldo Natoli, Luigi Pintor furono cacciati dal Pci dopo un processo che vide in Alessando Natta, il “giudice istruttore”. Gli esponenti de “Il manifesto” passarono così dal ruolo di intellettuali organici in quello, inusitato per l’Italia, che ha sempre identificato il chierico col panegirista del Principe, di intellettuali contestatori.
Dietro di loro, una generazione di giovani contestatori immaginò di combattere una “nuova” Resistenza, in sintonia con l’assunto di chi aveva considerato l’avvento del fascismo paradigma della nostra storia nazionale, credendo o facendo credere all’eventualità sempre possibile di un gesto di forza, di un golpe che cancellasse le libertà, tramato da una struttura parallela, il cosiddetto “doppio Stato”, al quale andavano ricondotte violenze, stragi e illegalità, finalizzate, secondo una strategia coerente, all’indebolimento della democrazia.
Giornali e gruppi nati in quegli anni nonché l’anticamera della galera furono in molti casi la fucina di carriere, più o meno brillanti. A partire da Luca Cafiero, capo del servizio d’ordine del Movimento Studentesco (i famosi Katanga), diventato parlamentare del Pci, partito che in effetti rappresentò un’altra volta un magnifico alibi. Il secondo che il Partito comunista offrì alla superficialità ideologica e all’opportunismo etico-politico degli intellettuali italiani, dopo quello offerto loro dopo il crollo del fascismo. In cambio, nel 1945, era stata loro chiesta l’adesione al partito o almeno la non belligeranza nei suoi confronti; adesso la riconferma della loro fedeltà.4
Non fu tuttavia l’unico percorso: Aldo Brandirali, già al vertice di “Servire il Popolo”, approdò a Comunione e Liberazione per diventare assessore alle politiche giovanili con Forza Italia.5 Ma soprattutto la più brillante e meno dogmatica delle formazioni dell’estrema sinistra: “Lotta Continua”, divenne palestra per una nutrita schiera di giornalisti che, fino ad oggi, da diversi schieramenti, hanno cercato di orientare l’opinione pubblica: Carlo Rossella, Gad Lerner, Paolo Liguori, Enrico Deaglio, Giampiero Mughini, Luigi Manconi, Marco Revelli, Carlo Panella, Toni Capuozzo, Andrea Marcenaro.
Nel 1973, Pierpaolo Pasolini in un intervento sul “Corriere delle sera” aveva affermato che nessun centralismo fascista “reazionario e monumentale” era riuscito a incidere sulle varie culture sociali italiane, che avevano continuato imperturbabili a uniformarsi ai loro antichi modelli, nel modo in cui aveva operato invece il centralismo della civiltà dei consumi. La repressione era avvenuta per il tramite di due rivoluzioni interne: la rivoluzione delle infrastrutture (strade, motorizzazione, ecc.), ma soprattutto la rivoluzione del sistema d’informazioni che aveva cominciato “un’opera di omologazione distruttrice di ogni autenticità e concretezza”.
In questo senso, l’antropologo Arnold Gehlen aveva già intuito negli anni Cinquanta (L’uomo nell’era della tecnica) che il giornalista avrebbe soppiantato l’intellettuale nella funzione di adattare il pubblico a eventi iperdimensionali: l’economia globale, il diffondersi delle tecnologie telematiche, sottratti almeno in parte alle capacità spirituali e morali dell’uomo. […] Il potere di allontanare l’uomo dalla vita quotidiana è una caratteristica comune sia delle culture magico-ritualistiche dei primitivi che della nostra civiltà industriale. Fra il primitivismo originario, che tesse al di sopra del mondo empirico la sua rete tenace di interpretazioni e rituali fantastici, e questo secondo primitivismo al quale si viene costretti da un settore d’esperienza troppo angusto e monotono, vi è da questo punto di vista ben poca differenza. Nel primo caso sono i miti a deformare l’orizzonte, nel secondo i giornali.6
Da tempo, gli stessi media si sono assunti il compito di trasmettere, oltre all’informazione intesa come “notizia”, gli schemi di riferimento interpretativo nella quale collocarla, allineandosi quasi sempre sulle opinioni e sui valori delle classi dirigenti, e instaurando così un “clima d’opinione dominante” alimentato da un fenomeno di “rispecchiamento”, ossia dal tentativo di adeguarsi a quella che si ritiene l’opinione dominante contribuendo tuttavia a crearla. L’effetto più eclatante consiste nella difficoltà, o addirittura nell’impedimento, proporzionale al grado di esposizione mediatica dei singoli, di meditare, cioè di creare uno spazio di silenzio interiore in cui combinare parole e immagini. Con sempre maggiore frequenza parole e immagini provengono infatti dagli strumenti della comunicazione tecnica, e l’unica concreta risposta da parte dello spettatore nei loro confronti è la possibilità di saltare da un programma a un altro a proprio piacimento col risultato di frammentare ogni contenuto, già parcellizzato nello stesso palinsesto dalle interruzioni pubblicitarie o dai link dell’ipertesto nella navigazione via internet, così da rinunciare, alla fine, alla continuità di una storia o di un ragionamento, ma anche ai significati a favore invece di reazioni puramente emotive. In generale, si è talmente assordati da un rumore continuo da non essere più in grado nemmeno di distinguerlo, così come di percepire lo sforzo continuo di tradurre tale rumore in parole, che spesso non sono altro che slogan privi di significato, imposizioni di senso anch’esse provenienti dall’esterno.
Lo stordimento mediatico riesce pertanto a conciliare la retorica libertaria di matrice sessantottina con progetti di ingegneria sociale resi solo più evidenti nella narrazione che ha fatto seguito al diffondersi di una polmonite virale. La palingenesi verso l’uomo nuovo è ormai demandata all’abbinamento di big data e algoritmi in un’azione nella quale i giornalisti ufficiali sono solo funzionari di un nuovo potere totalitario transnazionale.
Note
- M. Serri, I redenti. Gli intellettuali che vissero due volte, 1938-1948, Milano, Corbaccio, 2005, p. 9 ↩
- E. Galli della Loggia, Credere, tradire, vivere. Un viaggio negli anni della Repubblica, Bologna, il Mulino, 2016, p. 63 ↩
- G. Galasso, L’Italia democratica: dai giacobini al Partito d’Azione, Firenze, Le Monnier, 1986, pp. 229-230. ↩
- E. Galli della Loggia, ibidem, p. 165 ↩
- A. Bertante, Contro il ’68. La generazione infinita, Milano, Agenzia X, 2007, pp. 47-50. ↩
- A. Gehlen, L’uomo nell’era della tecnica. Problemi socio-psicologici della civiltà industriale, Milano, Sugar, 1967, p. 73. ↩