Capitalismo armonioso
Non è raro che si oda la proposta o il sospiro di affidare a un’assemblea internazionale di scienziati il compito di tracciare, in base alla Scienza, il programma o il regime igienico all’umanità, che ha sofferto tante sventure nei secoli e sta oggi ancora sospesa d’animo e tanto travagliata! No; la via non è questa. Il problema politico come problema pratico è problema d’intrapresa, d’invenzione, di creazione, e perciò affatto individuale e personale. Tutte le cognizioni giovano; ma nessuna cognizione mi dirà mai che cosa io debba fare, perché questo è unicamente il segreto dell’esser mio e la scoperta della mia volontà. Sempre che si mette il problema nella forma sovrapersonale e oggettiva: “Che cosa deve fare il mondo? Che cosa deve fare l’Italia”, lo si mette in una forma astrattamente bensì discettabile ma praticamente insolubile, perché che cosa deve fare e farà il mondo, lo sa e saprà esso mondo e non io, che cosa deve fare e farà l’Italia, lo sa e saprà essa Italia e non io. La forma giusta è invece: “Che cosa debbo fare io?” (io che vivo nel mondo, in Italia, e via specificando). (B. Croce, Politica “in nuce”, in Etica e politica, a cura di G. Galasso, Milano, Adelphi, 1994, pp. 273-274).
Le parole di Benedetto Croce suonano al contempo profetiche e anacronistiche rispetto all’affidamento della politica ai tecnocrati, in ambito economico in primo luogo da quando, per il tramite della globalizzazione, era stato promesso un ininterrotto sviluppo grazie all’interconnessione dei mercati ai quali erano stati preposti come vigilanti istituzioni (Fondo monetario internazionale, Banche centrali) nonché legioni di esperti e analisti, talvolta insigniti di Premi Nobel. Eppure le crisi (come all’epoca del vetero capitalismo) hanno continuato a susseguirsi. Gli esperti, di ogni colore e latitudine, dopo aver cercato di minimizzare, hanno prodotto studi e analisi, regolarmente smentiti: gli equilibri, la quiete monetaria e borsitsica torneranno nel …., ma sui quali hanno ogni volta rilanciato: contrordine torneranno nel …
Ciononostante, il riconoscimento della disastrosa fallacia della pretesa neo scientista, fondata su capisaldi dottrinari come la teoria della aspettative razionali e la credenza nella razionalità del mercato, non è mai stato più lontano dall’essere ammesso, dal momento che si basa sulla convinzione che l’economia possa essere descritta in termini matematici secondo modelli la cui efficacia dovrebbe essere pari a quella dimostrata nella fisica. L’equivoco nasce dai differenti ambiti nei quali sono adoperati i linguaggi numerici. Anche la tecnica che è alla base della rete telematica è fondata sul linguaggio matematico, il cui utilizzo al posto delle lingue naturali corrisponde al bisogno di esattezza e affidabilità necessarie allo scienziato. Il che ha determinato tuttavia il pregiudizio che con la matematica si possano creare oggetti astratti, paradigma di una realtà in cui sia reso calcolabile anche l’uomo. Si prenda l’esempio del concetto di Prodotto interno lordo (PIL), metro di valutazione per eccellenza dell’economia, sulla base del quale si adottano decisioni con conseguenze concrete: perdita del lavoro, aumento delle tasse, ecc., come se si trattasse di una legge naturale.
In realtà, il PIL fu inventato negli Stati Uniti all’epoca della grande depressione per sintetizzare l’andamento dell’economia americana con un indicatore. L’economista e statistico Simon Kuznets, incaricato a questo scopo dal governo, aveva elaborato la nozione di “reddito nazionale”, un concetto che non fu accolto favorevolmente nella misura in cui risultava scomodo ai fini della guerra imminente. Con il metodo di Kuznets infatti l’aumento della spesa in armamenti avrebbe comportato un calo del reddito nazionale. Col nuovo parametro adottato, il prodotto interno lordo, si considerava invece il valore complessivo di tutti i beni e servizi prodotti in un paese (ivi compresi le spese commissionate dal governo) seguendo una logica politica e non scientifica!
Quale sia la scientificità di parametri statistici applicati a un fenomeno tutt’altro che definito, anche dal punto di vista medico, come la pandemia da covid 19, ma sulla base dei quali si sono realizzate misure restrittive inaudite resta da chiarire. Quel che invece è evidente è il fatto che, indipendentemente dai fenomeni considerati, mercati finanziari o epidemie, continuiamo a standardizzare dati, grazie alle tecnologie digitali, a una velocità quasi inimmaginabile e ad analizzare quella montagna di informazioni con sistemi sempre più efficienti: gli algoritmi.
I cosiddetti big data hanno ormai raggiunto proporzioni tali che anche gli algoritmi loro applicati sono diventati talmente complicati da disorientare perfino chi li ha ideati. Rispetto a questa iperrazionalità tecnologica, il comportamento dei singoli decisori umani appare velleitario e inadeguato. Il problema centrale sembra dunque quello di rendere compatibile l’uomo con i flussi comunicativi delle reti telematiche attraverso un pesante controllo del comportamento linguistico, teso a in-formare il pensiero, trasformandolo da fonte continua incomunicabile in fonte discreta comunicabile, e a trattare tutto ciò che non è pertinente a questa preformazione come un rumore eliminabile.
Resta tuttavia la responsabilità del decisore umano in merito al cosa si voglia ottenere dalla manipolazione delle cifre. La Cina in questo senso è stata particolarmente esplicita. Nel 2014, le autorità cinesi hanno reso noto che entro il 2020 avrebbero costruito una “società socialista armoniosa”, fondata sul credito sociale, ovvero su una sorta di sistema a punti nel quale sarebbe entrato potenzialmente ogni comportamento: dal pagamento regolare delle bollette alle tipologie dei beni acquistati attraverso una sorta di fascicolo elettronico unificato. E’ come se i dati a disposizione delle pubbliche amministrazioni si fondessero con l’app della banca, con facebook, uber, il fascicolo sanitario e quant’altro permettendo agli “affidabili” libertà di movimento e di azione, rese viceversa impossibili per coloro che sono caduti in discredito. 1 Le società pluraliste del capitalismo occidentale stanno cercando in qualche modo di recuperare il terreno perduto rispetto a un modello economico-sociale di successo che ha innestato il totalitarismo collettivista sull’autoritarismo confuciano. A partire dalla gestione della pandemia è in corso un’operazione di ingegneria sociale a tutto campo il cui fine presumibile è quello di operare il definitivo superamento del cosiddetto “capitalismo democratico” istituito dopo la seconda guerra mondiale e che ha operato straordinariamente bene per due o tre decenni, più o meno fino al termine degli anni settanta, quando, dopo la temporanea sospensione, è ricominciato il conflitto endemico tra mercati capitalistici e politiche democratiche.
Oggi, non molti si spingono così avanti come il formidabile Hayek, che nei suoi ultimi anni sosteneva l’abolizione della democrazia, come noi la conosciamo, in difesa della libertà economica e della libertà civile. Eppure, il cantus firmus dell’attuale teoria economica neoistituzionalista suona davvero molto hayekiano. Per funzionare, il capitalismo ha bisogno di una politica economica normativamente vincolata; di una tutela, sancita costituzionalmente, dei mercati e dei diritti di proprietà da discrezionali interferenze politiche; di autorità regolatorie indipendenti; di banche centrali fortemente protette da pressioni elettorali; di istituzioni internazionali, come la Commissione europea o la Corte di giustizia europea, che non debbano preoccuparsi della loro rielezione da parte del popolo.2
Per colmare il divario crescente tra le esigenze dei cittadini e quelle dei mercati, non potendo più ricorrere all’inflazione, i governi avevano trovato un comodo equivalente nel debito pubblico e, dopo la deregolamentazione finanziaria, anche in quello privato tramite l’accesso estremamente generoso dei singoli a un regime debitorio teso a sostenere e incrementare i consumi. Quando tuttavia il sistema finanziario è andato vicino al collasso, gli Stati hanno cercato di ripristinare la fiducia economica mediante la socializzazione dei mutui “cattivi” con un nuovo drammatico aumento dei disavanzi e del debito pubblico. Oggi, quegli stessi istituti finanziari che sono stati onerosamente salvati perché “troppo grandi per fallire” sono i primi a reclamare che non solo i governi ma anche i cittadini si impegnino credibilmente per il risanamento dei conti pubblici. Ma come imporre l’austerità, dopo che per decenni si è adoperato ogni mezzo per interiorizzare il messaggio del “consumo dunque sono”, se non ricorrendo a una forma di terrorismo psicologico rispetto a un rischio pandemico vero o presunto, presente e futuro, e alla relativa responsabilizzazione morale di ogni comportamento individuale? Che l’austerità dettata da motivi economici o ecologici non sia il risultato di un algoritmo ma la scelta politica di decisori umani, secondo l’insegnamento di Croce, è provato dagli attori ai quali è possibile applicare il principio del cui prodest, a cominciare da quel Bill Gates di cui non invano si parla e per il quale gli interessi finanziari si sommano a quelli del creatore di una corporation che è tra le principali detentrici di big data, ma che è anche attraverso una fondazione a lui intestata il principale finanziatore dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), e dunque ispiratore delle sue politiche. Della commistione tra finanza e salute pubblica siamo del resto testimoni anche a casa nostra dopo la nomina di un ex primo ministro, Mario Monti, imposto dall’alto (come l’attuale) per il brillante curriculum in organismi internazionali finanziari (esattamente come Mario Draghi) a commissario sulle politiche sanitarie dell’OMS.
Non sorprende che si teorizzi ormai di rimpiazzare le elezioni democratiche con l’intelligenza artificiale: sistemi di calcolo intelligenti potrebbero rendere superflue le elezioni dal momento che le nostre preferenze sono già memorizzate nei big data.
Note
- S. Blauw, Il più grande bestseller di tutti i tempi (con questo titolo). Come difendersi da chi ci inganna con i numeri, Milano, Garzanti, 2020, pp. 132-133. ↩
- W. Streeck, La crisi nel suo contesto: il capitalismo democratico e le sue contraddizioni, in J. Habermas, W. Streeck, Oltre l’austerità. Disputa sull’Europa, Roma, Castelevecchi, 2020, p. 22. ↩