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Il Gallo Silvestre

ARTICOLI

Il palinsesto delle emozioni

di Alberto Di Bello7 min di lettura

Il terremoto di Lisbona del primo novembre 1755 segnò profondamente Voltaire che scrisse di getto un Poema sul disastro di Lisbona, cui fece seguito la riflessione più matura del romanzo-pamphlet Candido, ovvero dell’ottimismo. Entrambi gli scritti avevano per oggetto la pretesa del filosofo Leibniz di dimostrare che il mondo in cui viviamo sia il migliore dei mondi possibili, ma più in generale l’artificioso ottimismo razionalista, oggetto di un feroce sarcasmo.

La repubblica delle lettere alla quale Voltaire apparteneva era già un esempio di società globale giustapposta alla dimensione locale nella quale viveva e operava la maggior parte dell’umanità, a cominciare dai connazionali di Voltaire che abitavano nei villaggi della provincia francese.

L’epoca delle news e di internet nella quale viviamo ha modificato il quadro ma certamente non per offrire a tutti un’occasione di approfondimento.

La scarsa e infastidita attenzione riservata (rispetto alla mole del disastro), al recente terremoto che ha colpito alcune regioni della Turchia e della Siria sta a dimostrarlo. In effetti, o a nessuno sorgono più domande come quelle che ancora a decenni di distanza dai fatti di Lisbona si poneva Leopardi o piuttosto non ha più senso interrogare la rete mediatica con qualcosa che possa assomigliare a una teodicea.

Globale non è più infatti la repubblica delle lettere ma il capitalismo delle news, la cui genesi si è avviata nel secolo scorso quando i mezzi di comunicazione di massa si sono costituiti come una vera e propria istituzione autonoma, come uno dei poli del sistema sociale. La comunicazione di massa è ormai paragonabile a un processo lavorativo industriale autoreferente.

Non è sorprendente, pertanto, che l’influenza dei mezzi di comunicazione abbia infine prodotto cambiamenti strutturali, antropologici, nella stessa organizzazione delle facoltà mentali dell’uomo, sostituendo l’immaginario con un io-comune che risponde prevalentemente alle logiche di marketing appartenenti una fantasia standardizzata, i cui desideri artefatti sono legati a reazioni emotive semplici.

I media infatti sono in grado di dare emozioni fortissime ma non di istituire delle relazioni sentimentali: di fronte a un video si può provare paura o sollievo, ma non stabilire un legame che presupponga compartecipazione.

La comunicazione di massa ha così favorito un riflusso nella dimensione individuale, “privata”, intercettata a sua volta da programmi che interpretano il bisogno degli spettatori di confrontarsi con gli altri ma attraverso gli stereotipi di un palinsesto televisivo.

Alle ingenue speranze nella nascita attraverso i media di una nuova cultura popolare si è infine sostituita la semplice classifica in termini di share di prodotti artificiali, concepiti a tavolino da chi maneggia i potenti strumenti dell’industria culturale, ai quali si è demandato il compito di costituire il “collante” per una società nella quale gli individui non avvertono o non vivono come un problema prioritario la propria marginalità nelle decisioni politiche, operando secondo i criteri di una razionalità strumentale che li trasforma in esseri spersonalizzati in grado di adeguarsi volontariamente al dominio livellatore dell’astratto, che identifica la ragione col calcolo delle utilità e le qualità con la quantità.

Gian Battista Vico (1668-1774) aveva polemizzato contro il razionalismo cartesiano, opponendo il verum, identificato con la verità oggettiva della scienza, al certum: la verità dei fatti così come vengono percepiti nella partecipazione. In una parola, il vissuto, l’esperienza che si ha del mondo e il modo in cui esso appare alla percezione e comprensione.

“Sapere è potere” è stata la parola d’ordine dal rinascimento al XIX secolo, fino al suo repentino rovesciamento nella sensazione di impotenza che contraddistingue la sovrabbondanza delle conoscenze trasmesse per la quale è ormai la nozione stessa di fatto, scientifico o di esperienza che sia, a essere stata messa in crisi rispetto alla ricostruzione digitale del mondo operata dagli elaboratori elettronici.

Per un riflesso condizionato colleghiamo ancora la nostra visione dell’universo al razionalismo ma da tempo si è in realtà ceduto alla convinzione pratica di una necessaria sottomissione all’iper-razionalità dei sistemi, tecnico e economico. Anche il dibattito intorno al transumanismo e all’intelligenza artificiale è in qualche modo già superato: l’uomo mediatico è transumano e artificiale in ragione della sua crescente dipendenza dai microcircuiti dei suoi dispositivi nella mediazione con la realtà.

Le conseguenze sono risultate particolarmente evidenti sulla generazione esposta fin dall’infanzia alla duplicazione digitale del mondo, a proposito della quale si è parlato di “generazione del frammento”, incapace di mettere insieme forme ed emozioni come un racconto e perciò propensa a vivere solo nell’istante presente, alla ricerca di forti sensazioni emotive complementari alla povertà generalizzata dei sentimenti, se non a un’autentica anestesia nei loro confronti. Un apparente paradosso che scaturisce dalla differenza fra l’emozione e il sentimento, che ha bisogno della contemplazione, in primo luogo, per conoscersi e riconoscersi.1 Un lusso che necessita della disponibilità di tempo e silenzio: due realtà inattuali che paiono votate a sparire.

La dimensione collettiva e quella personale dell’uomo non possono tuttavia prescindere dalla essenziale ambivalenza che lo rende capace «di astrazione e di immersione, di distacco e di fusione, di ragionamento e di sentimento, di logos e di pathos».2 Tentativi di mediazione tra queste polarità sono approdati alla formazione di regimi di reciproca autonomia che, relegando all’interiorità e al privato la dimensione emozionale, hanno decretato la fine di ogni sentimento di appartenenza. L’equilibrio individuo/collettività è pertanto rimasto sempre precario.

Gli stessi media si sono pertanto assunti il compito di trasmettere, oltre all’informazione intesa come “notizia”, gli schemi di riferimento interpretativo nella quale collocarla, allineandosi quasi sempre sulle opinioni e sui valori delle classi dirigenti, e instaurando così un “clima d’opinione dominante” alimentato da un fenomeno di “rispecchiamento” ossia dal tentativo di adeguarsi a quella che si ritiene l’opinione dominante contribuendo perciò a crearla. La centralità dei media è diventata riconoscibile principalmente nella funzione di “guardiani simbolici” della società, che determinano attivamente quale visione del mondo e quale immagine della società stessa sarà registrata e amplificata.3

Proprio in questo senso sono i media a meritare in primo luogo l’aggettivo “globale”, non perché siano espressione dell’umanità: per la loro stessa struttura organizzativa e istituzionale riflettono anzi la matrice occidentale dei loro assetti proprietari, dando maggior risalto a ciò che è immediato, personalistico, elitario, negativo, con esiti che favoriscono il sensazionalismo e l’esagerato risalto a chi ha accesso al circuito mediatico. Ma per il fatto che il significato di “globale” non si costituisce tanto rispetto al concetto di “locale” quanto come definizione della sintesi di “pubblico” e di “privato”.

La logica di teatralizzazione dalla quale si sviluppa l’emozione mediatica risponde dunque a una funzione catartica controllata, da fiction.

“Lisbona è distrutta ma a Parigi si balla”, annottava amaramente Voltaire.

“Lo spettacolo deve continuare”, possiamo chiosare noi da semplici spettatori per i quali è già stato deciso che un cittadino appartenente a un rogue state (la Siria) non merita (o comunque non merita a pieno titolo) la patente di vittima.

Il riferimento a un significato rispetto al rifiuto di ogni trascendenza è demandato all’autorità politica che si sforza di imporre un’universale filosofia dei valori in un mondo oggettivo di meri dati di fatto all’interno dei quali non è possibile trovare in realtà alcun valore.

l’involucro di una religione dell’umanità è in qualche modo necessario come principio regolativo ma non è più conforme ad alcun principio trascendente ed è quindi unicamente fondata su un’adesione del tutto individuale a dei valori posti, come ha rilevato Carl Schmitt, con un atto puramente soggettivo.4

Il tentativo di sottrarsi all’assoluta neutralità del positivismo scientifico ha finito così con l’affermare qualcosa che non ha un essere proprio ma soltanto una validità connessa con la sua imposizione, rispetto alla quale si possono individuare i soggetti interessati a far prevalere determinati parametri del valutare rispetto ad altri altrettanto opinabili. La fenomenologia della dittatura dei valori è poliedrica ed estendibile, funzionale all’egemonia di chi detta gli standard politici, economici e ideologici sui quali si fonda la piena appartenenza all’ordinamento politico internazionale e viceversa la messa ai margini fino alla completa esclusione di gruppi politici e Stati sulla base di elenchi stilati annualmente in modo del tutto discrezionale.

Note

  1. Cfr. M. Lacroix, Il culto dell’emozione, Milano, Vita e pensiero, 2002. ↩
  2. M. Magatti, Libertà immaginaria. Le illusioni del capitalismo tecno-nichilista, Milano, Feltrinelli, 2009, p. 30. ↩
  3. D. Mc Quail, Comunicazioni di massa, in Enciclopedia delle scienze sociali, vol. 2, Roma, Istituto dell’Enciclopedia italiana, 1992, p. 165. ↩
  4. C. Schmitt, La tirannia dei valori. Riflessioni di un giurista sulla filosofia dei valori, a cura di G. Gurisatti, Milano, Adelphi, 2008, pp. 48-53 (ed. or.: Die Tyrannei der Werte, 1960). ↩

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