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Il Gallo Silvestre

ARTICOLI

Manipolazione mentale

di Il Gatto Arrabbiato8 min di lettura

L’edizione pomeridiana del “Corriere della Sera” di sabato 2 novembre 1918 titolava a piena pagina sulla richiesta di armistizio da parte dell’esercito austroungarico al generale Diaz. Il formato dei caratteri non superava  quello che il Corriere dedicherebbe oggi a una riunione del Consiglio dei Ministri. Titoli di scatola cominciarono ad apparire nel corso del Ventennio per celebrare, ad esempio, l’ingresso dell’armata italiana ad Addis Abeba ma sono oggi correnti per il quotidiano ex british anche per notizie riguardanti la positività al Covid di un ex Presidente del Consiglio o la presunta infrazione della tregua in Ucraina da parte dei russi. La concorrenza delle news da internet ha lasciato il segno! La prima finalità di un giornale resta pur sempre quella di diffondere copie. Se le televisioni hanno risposto all’emorragia da Web con la “fascinazione della diretta”, ossia col proliferare di collegamenti non preventivati, e spesso drammatizzati, che si inseriscono nel palinsesto come “edizioni speciali” o “breaking news” dai contenuti aleatori, la stampa ha dovuto ricorrere a una strategia “estetica” connessa in larga parte ai contenuti e alla grafica di titoli che richiamano ormai i manifesti futuristi.

Quanto ai requisiti di obiettività o, se non altro, di onestà intellettuale, la differenza rispetto agli inizi del Novecento è più di  forma che di sostanza.

Con l’introduzione del suffragio universale (maschile) nel 1912 la grande stampa italiana faceva proprie le tecniche per il controllo delle news sviluppate Oltreoceano. Negli Stati Uniti, la possibilità di elevare i profitti tramite ricerche di mercato aveva spinto infatti a studiare le motivazioni che determinano la scelta dei consumatori e le loro risposte a campagne di vendita e pubblicità. Le indagini erano avvenute contemporaneamente all’allargamento del diritto di voto, occasione che aveva offerto più opportunità a demagoghi e ad agitatori politici di sperimentare l’efficacia degli slogan e delle cosiddette “bugie nobili”.

Paradigmatica in questo senso era stata la vicenda di una grande azienda pubblicitaria: la Jwt (J. Walter Thompson), tra le prime a trasformare la pubblicità in scienza sociale attraverso indagini sulla popolazione, il reddito e i modelli di fruizione di beni e servizi fondamentali, per il contributo dato alla codificazione del “vernacolo del consumismo”, cioè di quel linguaggio relativo ai beni di consumo, trasversale a categorie sociali, provenienza geografica e situazioni di vita.1

Il vuoto ideologico dovuto all’assenza di partiti di massa in mobilitazione permanente fu in effetti colmato dalla pubblicità, al punto che con l’ingresso degli Stati Uniti nella prima guerra mondiale, una commissione, che prese il nome dal suo presidente, George Creel (ufficialmente responsabile d’ogni aspetto della propaganda bellica governativa, sia in patria che all’estero), ebbe fra i suoi primi arruolati James Webb Young, seconda carica della Jwt. Dopo la fine della guerra, quando il “Creel Bureau” fu smantellato, gli esperti che vi erano stati addestrati trovarono lavoro organizzando a loro volta campagne pubblicitarie per le imprese commerciali.2

A partire del 1914, in Italia, furono invece gli argomenti già proposti anni addietro su riviste destinate a ristretti circoli di lettori a essere divulgati e fatti propri dalla propaganda interventista, veicolata dai quotidiani nazionali: «Il Giornale d’Italia», «Il Resto del Carlino» e soprattutto il «Corriere della Sera», che si incaricarono di trasformare in favorevole all’intervento un’opinione pubblica sostanzialmente neutralista. La grande borghesia aveva operato cinicamente la scelta che, con la partecipazione italiana al conflitto, vedeva raggiunto l’obiettivo della rottura del fronte socialista, offrendo al contempo al “capitalismo di Stato” la prospettiva di una mole di appalti e commesse mai prima eguagliata. L’alibi delle province irredente di Trento e Trieste, che l’impero austroungarico ci avrebbe comunque consegnato in cambio della neutralità, servì da pretesto per l’”inutile strage”.

Da allora la “libera stampa” è rimasta sempre una sorta di “arma non convenzionale” anche quando, dopo il secondo round della guerra civile europea, il presidente Dwight Eisenhower riconobbe come eccessivo il ruolo della macchina bellica negli Stati Uniti.  Ancora oggi la maggior parte degli americani sembra in effetti ignorare o non riconoscere che il sistema dell’economia globale come lo abbiamo conosciuto si è fino ad oggi retto sulla forza militare: più di mezzo milione fra soldati, spie, tecnici, insegnanti, dipendenti e operatori civili sono dispiegati in tutti i continenti, coadiuvati da una dozzina di task force navali, nonché da basi segrete e satelliti per controllare ogni tipo di comunicazione e di spostamento. Un apparato imponente che costituisce in se stesso anche una realtà economica di prim’ordine: le imprese civili si spartiscono infatti i profitti derivanti dalla progettazione e produzione di sistemi d’arma ma anche gli appalti per la costruzione e la manutenzione di avamposti in località remote, anche al fine di fornire uno stile di vita il più possibile simile a quello della madrepatria ai membri dell’impero in uniforme, al punto che interi settori dell’economia americana hanno finito col dipendere dalle commesse militari.

Il controllo dell’informazione è in effetti il secondo cardine per la governance del mondo globale. Un percorso coerente di costruzione tecnica del pubblico si è reso manifesto dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 con la diffusione capillare di espressioni asettiche o ambigue: “cambio di regime”, “esportazione della democrazia”, “guerra preventiva”, “asse del male”, ecc., atte a giustificare operazioni belliche ma fatalmente destinate a entrare in collisione con l’esigenza democratica di trasparenza, specie per la difficoltà, in quegli strati della popolazione con minori possibilità di accesso a fonti di informazione diversificate, di avere degli elementi di valutazione per giudicare l’operato dei propri governanti. L’apparato dell’informazione produce in effetti ogni giorno una tale quantità di notizie che i governi hanno avuto modo di avviare campagne di disinformazione senza render conto della provenienza e autenticità delle news, favoriti dalla stanchezza di un’opinione pubblica sempre meno in grado di operare distinzioni fra fiction e realtà.3

Il fatto che gli avvenimenti si svolgano in diretta è del resto inversamente proporzionale alla capacità di comprenderli nel loro reale significato piuttosto che nella loro relativa irrilevanza. La modesta propensione a riflettere accresce la fascinazione del pensiero unico e mette sotto scacco, insieme con l’opinione pubblica, la stessa democrazia rappresentativa.

La scomparsa della minaccia comunista aveva dirottato l’attenzione dei media verso il terrorismo internazionale, i narcos latinoamericani, e il Medio Oriente. L’evento più rilevante, prima delle guerre balcaniche, che ha anche dimostrato il cambiamento nei metodi usati, è stato il conflitto del Golfo (1991). L’esperienza del Vietnam aveva insegnato in effetti ad evitare che la guerra fosse presentata nei suoi aspetti più crudi, e ai giornalisti fu conseguentemente negata la possibilità di seguire i soldati in missione. Le aree operative, nel Golfo, come successivamente nel Kosovo, sono state rese inaccessibili ai corrispondenti, che hanno dovuto riferire basandosi esclusivamente sui briefings e sulle conferenze dei portavoce ufficiali. Tale impostazione ha seguito i canoni, elaborati sotto l’amministrazione Reagan, dal capo della commissione per il controllo delle informazioni, Mike Deaver, con risultati sorprendenti.4

Il “metodo Deaver” consiste nel fornire ai mezzi di comunicazione tutte le informazioni scelte dagli “uomini del presidente” così che i giornalisti, paghi di notizie, non abbiano la necessità di indagare per proprio conto. Il “metodo” si fonda su tre assiomi: alla gente non interessa la verità; il pubblico ha la memoria corta; l’immagine conta più della parola. Su cento messaggi ricordati da uno spettatore, sessanta/settanta sono costituiti da ciò che ha visto. Deaver e i suoi assistenti di conseguenza hanno privilegiato le foto e i collegamenti televisivi (non a caso al primo conflitto del Golfo è stato attribuito il nomignolo di “guerra della CNN”).

Il vero capolavoro degli Stati Uniti, durante la prima crisi irachena, non è stata tanto la scontata vittoria militare quanto il fatto che i comunicatori abbiano intrecciatole ragioni concrete (geopolitiche) con elementi emotivi e psicologici, sino a far coincidere il nemico politico e militare col Male. L’amministrazione Bush ha potuto così ottenere due risultati decisivi: distogliere l’opinione pubblica mondiale dai veri motivi dell’impegno militare e, al tempo stesso, dare una dimensione etica all’intervento.

Metodi e motivi che sono stati ripresi durante le campagne militari avvenute durante la presidenza Clinton, con Bush jr. e Obama.

Le operazioni di dis-informazione hanno conosciuto peraltro una progressiva “privatizzazione”, dalle agenzie governative alla «ragnatela delle pubbliche relazioni che avvolge il pianeta delle news»,5 parte integrante della comunicazione d’impresa e della pubblicità vera e propria, con due importanti risultati: l’unificazione dei pubblici e il superamento per il tramite di poche multinazionali dell’informazione dei confini politici, almeno per quanto riguarda i Paesi occidentali.

Ma, eterogenesi dei fini, così facendo si è anche dato corpo allo spettro del nuovo dispotismo paventato nel XIX secolo da Alexis de Tocqueville : la folla innumerevole di uomini eguali, intenti solo a procurarsi piaceri piccoli e volgari, con i quali soddisfare i loro desideri è al contempo oggetto del linguaggio pubblicitario in senso proprio e dell’oceano emotivo delle news che  fornendo l’alibi morale a buon mercato di sentirsi “dalla parte giusta” ha eroso ogni spazio sociale e politico, marginalizzando lo spirito critico e la ragione stessa degli individui.6 Ciò funzionalmente a quello che Tocqueville annunciava come un potere immenso e tutelare, che solo si incarica di assicurare i loro beni e di vegliare sulla loro sorte. È assoluto, particolareggiato, regolare, previdente e mite. Rassomiglierebbe all’autorità paterna se, come essa, avesse lo scopo di preparare gli uomini alla virilità, mentre cerca invece di fissarli irrevocabilmente all’infanzia.

Rispetto alla situazione odierna dell’Ucraina, per la quale non è possibile non cogliere le analogie, proiettate su scala continentale, di quanto già accaduto negli anni Novanta nei Balcani, pur riservando agli esperti le analisi geopolitiche di regioni poco conosciute, non si può esimersi di coglierne i riflessi nei reiterati messaggi di cui siamo oggetto, e che finiamo col considerare realtà.

Fra questi, l’esistenza di due realtà che si vorrebbero eterogenee: la globalizzazione a regia americana e l’Europa federale, fra i cui benefici ci sarebbe appunto quello di regolamentare la globalizzazione attraverso il proprio peso economico. I fatti odierni sono a dimostrare che l’Alleanza Atlantica costituisce in realtà il tramite che riduce le due realtà a una sola: la regione euro-atlantica a guida statunitense, in cui l’UE tende a privare le singole nazioni europee di ogni possibilità di avere una politica estera indipendente senza essersi data prima la possibilità di averne una a sua volta.

Note

  1. V. De Gracia, L’impero irresistibile. La società dei consumi americana alla conquista del mondo, Torino, Einaudi, 2006, pp. 253-260. ↩
  2. N. Chomsky, Controllo dei Mass Media: le spettacolari conquiste della propaganda, Milano, Barbarossa, 1994, p. 11. ↩
  3. G. Altamore, I padroni delle notizie: come la pubblicità occulta uccide l’informazione, Milano, Mondadori, 2006, pp. 36-48. ↩
  4. F. Andriola, La lunga notte dell’informazione. La guerra del Golfo e i mass media tra bugie e spezzoni di verità, Roma, Settimo Sigillo, 1992, p. 157. ↩
  5. G. Altamore, ibidem, p. 24. ↩
  6. A-C. Robert, La strategia dell’emozione, Milano, Eleuthèra, 2019. ↩

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