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Il Gallo Silvestre

ARTICOLI

La cospirazione dell’Acquario

di Alberto Di Bello9 min di lettura

Visione dell'Uomo cosmico a Hildegard von Binden. Miniatura del Liber divinorum operum
In questo articolo
  1. Il sistema tecnico
  2. La via per il bosco

Seguendo l’esempio di Goethe, che in Italia aveva maturato l’impianto fondamentale delle sue osservazioni morfologiche su piante, animali e colori, sposandole alle ricerche sull’arte classica, anche lo scrittore Ernst Jünger, nel suo secolare percorso, scelse il nostro Paese per condurre “cacce sottili” attraverso geografia, zoologia e astronomia. Nel Novecento l’Italia aveva ormai smesso di essere quel grande organismo artistico che Goethe aveva fatto in tempo a conoscere, e Jünger fu costretto a spostarsi in località sempre più remote quali l’isola di San Pietro, davanti alle coste della Sardegna, anche se nessun luogo era ormai immune dal destino incombente legato allo sviluppo della tecnica, come testimoniano le pagine dei Diari.  La tecnica e la Storia sono i due temi che hanno preso il sopravvento sull’arte, ormai condannata a un ruolo marginale, già da quando Jünger era partito volontario sul fronte francese nella guerra del 1914-1918. Nella prima opera di ampio respiro successiva a quell’esperienza (Arbeiter), egli afferma che il lavoratore avrebbe ricevuto il testimone del reduce delle trincee in quanto rappresentante di una nuova classe, le cui coordinate non erano più unicamente economiche, ma delineate sulla base di un nuovo concetto di lavoro fondato sull’interiorizzazione della tecnica da parte dell’uomo. Jünger era convinto che quel processo fosse in grado di fondare una nuova legittimità al dominio del tempo e dello spazio secondo una totalità esistenziale (un uomo nuovo) in qualche modo già anticipata ed espressa dai sistemi della scienza. Col procedere del secolo questa fede si era ridimensionata senza tuttavia mai abbandonarlo del tutto.

In vacanza a S. Pietro, a distanza di pochi giorni, ha avuto modo di notare: 

San Pietro, 4. 9. 1978

Certamente si va verso il disastro, passo dopo passo. Se cento anni fa avessero mostrato a mio nonno la visione di una città moderna col suo chiasso, il suo puzzo, i suoi pericoli, allora egli l’avrebbe presa per l’inferno, non l’avrebbe accettata.

Ma pochi giorni dopo:

San Pietro, 10. 9. 1978

Due settimane sull’isola senza aver incontrato un serpente. Queste sono le tracce vuote che il progresso lascia dietro di sé. A questo proposito una domanda che si riallaccia alle osservazioni di “Al muro del tempo”: se nuovo Titani sono all’opera – cosa di cui non dubito – come si spiega allora la devastazione che essi apportano a Gea? […] Gli astrologi non conoscono alcuna evoluzione, ma ere divise da crepuscoli. Ciò che essi definiscono come “Acquario”, il sorgere di elevate spiritualità, deve dapprima mostrarsi come distruzione, dalla caduta degli dei sino alla bassezza quotidiana.

La pagina dei Diari è chiarita, ce lo indica l’autore stesso, da quelle di Al muro del tempo nelle quali Jünger accosta i riferimenti degli astrologi alla precessione degli equinozi (lo spostamento dell’asse terrestre rispetto alle costellazioni) alle profezie di un monaco vissuto nell’XI secolo: Gioacchino da Fiore: Alle due grandi età del Padre e del Figlio – questo il suo pensiero- deve seguirne una terza, nella quale lo Spirito opera sul divenire del mondo in quanto nuova e diretta manifestazione della divinità […] l’età del Padre è sotto il segno dell’Ariete, quella del Figlio sotto il segno dei Pesci, mentre sotto il segno dell’Acquario, nel quale saremmo ora entrati, ha inizio una grande epoca dello Spirito. L’illuminismo la precedette quale alba.1

È noto che uno degli ispiratori del grandioso sistema hegeliano (e per suo tramite di quello marxista)  sia stato proprio (attraverso i mistici tedeschi) Gioacchino da Fiore. La filosofia della storia come auto creazione si dipana in effetti come un filo a dare conto del paradosso rilevato da Raymond Aron a proposito di quell’elemento così caratteristico della modernità in grado di unire fra loro esponenti di diversi “dottrinarismi, fratelli anche se nemici” non soltanto nell’ambito degli Stati totalitari europei ma anche della democrazia d’oltreoceano. Tra coloro che avevano partecipato attivamente ed entusiasticamente al condizionamento dell’opinione pubblica statunitense ci furono esponenti della cerchia di John Dewey, attivi all’epoca della prima guerra mondiale durante la presidenza di Woodrow Wilson, fra i quali Walter Lippman, già aderente al partito comunista (come la maggioranza dei futuri appartenenti al movimento dei neocon). Lippman muoveva in effetti dalla prospettiva leninista di massa incolta, destinata a essere guidata da un’avanguardia di ideologi rivoluzionari, adattandola alla concezione americana del rapporto tra il potere e il popolo. In una democrazia, a suo avviso, una categoria specializzata in grado di occuparsi dell’opinione pubblica e della pianificazione degli interessi comuni doveva operare funzionalmente alla massa, indistinta e spettatrice. Alla vita pubblica, il cittadino doveva soltanto illudersi di prendere parte attiva, dando il consenso a qualche esponente di una categoria di professionisti attraverso le elezioni, per tornare immediatamente spettatore di un processo da lui unicamente promosso. Per conseguire un simile risultato era tuttavia fondamentale costruire una “fabbrica del consenso” che, una volta messa a punto, fosse posta al servizio di orientamenti geopolitici prima che di valori.

 

Il sistema tecnico

Questo apparato ha infine contribuito a trasformare, ai nostri giorni, la democrazia fondata sui diritti, i parlamenti e la divisione dei poteri nell’attuale dispotismo transnazionale che punta a una sorta di governance mondiale nella quale quello che i politologi americani chiamano il Security State, cioè uno Stato che per ragioni di sicurezza può imporre qualsiasi limite alle libertà individuali, figuri da braccio armato. Vita e benessere non sono più il prezzo della delega allo Stato della propria capacità di agire politicamente ma sono piuttosto componenti imprescindibili nella programmazione tecnocratica, che non conosce di fatto alcuna distinzione fra pubblico, privato e sociale. Il più alto grado di “politicità” del sistema, che mette insieme tutte le componenti della vita associata, coincide tuttavia col più basso grado di partecipazione degli individui in quanto è alla tecnica che è stato delegato il compito di individuare i fini e insieme le modalità di perseguirli nel modo più idoneo, chiedendo all’individuo il semplice adeguamento a procedure rispetto alle quali egli può misurare il grado crescente della propria superfluità.

L’apparato a disposizione dell’élite tecnocratica transnazionale è sicuramente potentissimo e, al suo confronto, le capacità di resistenza (soprattutto culturali) paiono fortemente limitate dal diminuito livello di preparazione che contraddistingue, in un calando progressivo, scuole e università americane ed europee dalla metà degli anni settanta del XX secolo. Alle ridotte capacità di analizzare un testo, e quindi un’informazione e un’idea, si sono adattati programmi scolastici, sui quali, a loro volta, si sono formati gli insegnanti, in un circolo vizioso che ha premiato superficialità e stereotipi a danno di analisi e indagine critica in nome dell’anti-elitarismo. La scarsa attitudine a capire e sviluppare ragionamenti ha corrisposto peraltro al ricorso allo “stato d’animo” personale come principale argomento d’autorità ossia ad una forma, almeno apparentemente, autoreferenziale e soggettiva.

L’ipertrofia dell’”io”, superficiale ed esteriore, blandito dalla psicologia è in effetti messa in discussione dalla quantità di informazione circolante che raddoppia, secondo gli esperti, ogni sei anni, mettendo in affanno scuole, università e mondo del lavoro. Se infatti, in senso lato, formare equivale a dare forma personale attraverso le generali conoscenze ed esperienze, è richiesta ormai molta fatica per svilupparsi e acquisire quell’identità solida che la modernità aveva identificato con quel particolare caso di soggetto ontologico, portatore delle qualità coscienti che è il soggetto psichico, per il quale l’unità della conoscenza era stata garantita da Kant nella pura forma del soggetto trascendentale, separando il concetto di uomo come essere vivente da quello di persona, la cui identità è caratterizzata proprio dalla coscienza di avere un’identità.

La filosofia si era poi esercitata a dissolvere il soggetto razionale nei rapporti di produzione (Marx), nell’inconscio (Freud), in una maschera della volontà di potenza (Nietzsche), rendendo infine precario il fondamento stesso della modernità, come denuncia il problema sempre riproposto dell’identità personale, ossia di come una persona possa restare la stessa pur attraverso i cambiamenti psichici e fisici dell’esistenza.

L’idealismo aveva risolto il divenire nell’unità di soggetto e oggetto, caratteristica del Soggetto assoluto, altrimenti definito Spirito del mondo o Idea. A questa ipostasi, la sociologia contemporanea, chiamata a giustificare lo squilibrio fra apparato tecnico-economico e capacità umana di controllarlo, non ha fatto diretto riferimento ma essa resta nondimeno presente nel processo che ha condotto all’omologazione planetaria in nome di un modello “occidentale”, tangibile nell’imposizione di edifici, spettacoli, modi di vita, vestiti uguali ovunque.

L’uscita dall’epoca dei totalitarismi, che avevano sottratto all’identità dei singoli ogni autonomia, sottoponendola all’Io assoluto della classe, della nazione, della razza, ha in effetti ceduto il passo a poderose forze anonime di carattere tecnico-economico solo in apparenza meno costrittive, magari veicolate attraverso la forma di app per lo smartphone (è per un curioso e inconsapevole retaggio idealista che l’app che raccoglie la nostra identità amministrativa sia stata chiamata Io?). Più che a sistemi filosofici il passaggio alla nuova età è stato tuttavia segnato da una loro sommaria revisione sociologica, che si è adattata particolarmente bene allo spirito social-missionario tipicamente americano, dal movimento Mental Health a quello della New Age.

La divinizzazione dell’individuo che ne è scaturita è tuttavia simmetrica alla ripartizione piramidale delle risorse finanziarie. Pienamente titolare dei nuovi diritti garantiti dall’apparato tecnico è la ristrettissima élite che controlla la maggior parte del capitale finanziario e da essa a decrescere quelle minoranze alle quali la limitata partecipazione a risorse e diritti è in primo luogo funzionale al mantenimento dello status quo. Per quanto riguarda la sterminata base la salute della Terra-Madre è invece considerata più importante della salute dei singoli individui. I “poveri” devono allora accettare di sottomettersi e di essere sacrificati all’assunto che troppi uomini, e soprattutto troppi poveri, costituiscono una grave minaccia per l’ecosistema che necessita di una stretta vigilanza.

 

La via per il bosco

All’epoca di un’altra grande paura, quella della cosiddetta Guerra fredda, Ernst Jünger scrisse un piccolo libro che rivedeva, se non ribaltava, le sue precedenti posizioni: Waldgang (propriamente La via per il bosco, reso dall’editore italiano come Trattato del ribelle). La chiave di accesso al sapere non era più per lui prerogativa dell’uomo nuovo ma dell’uomo comune, dell’uomo della strada nel quale sopravvivono tracce di un sapere che ha radici più profonde dei luoghi comuni dell’epoca presente. La sentenza colta al volo in un tram sulle labbra del primo venuto risulta spesso più saggia delle risoluzioni di conferenze e congressi dal momento che il singolo dispone ancora di organi in cui è depositata più saggezza di quanta non ne possieda l’intera organizzazione: il suo stesso smarrimento e la sua paura ne sono la testimonianza. Tuttavia, il lungo adattamento alle strutture collettive lo ha reso incapace di difendersi nella misura in cui La vita, tra l’altro, discende dalle prese di corrente, dalle riserve di plasma, dalle condutture; da cui l’importanza delle sincronizzazioni, dei ripetitori, delle trasmissioni. Né le cose vanno molto meglio quando è in gioco la salute. Ed ecco che all’improvviso la proscrizione ti colpisce, spesso come un fulmine a ciel sereno: sei un rosso, un bianco, un nero, un russo, un ebreo, un tedesco, un coreano, un gesuita, un massone e, comunque, sei peggio di un cane. Abbiamo visto persino le vittime unirsi al coro di quanti ne chiedevano la condanna.2

Il “passaggio al bosco”, che nell’accezione originale seguiva la messa al bando dalla comunità e la necessità per il “bandito” di affermarsi con le proprie forze non matura oggi con la proscrizione ma con la conversione alle “segrete dell’essere”, anche per un solo istante, sufficiente ad acquisire sicurezza rispetto a un ordine temporale sempre mutevole e sempre minaccioso ma privo di potere sull’uomo singolo che abbia abiurato in sé la paura.

Note

  1. E. Jünger, Al muro del tempo, Milano, Adelphi, 2000, p. 281. ↩
  2. E. Jünger, Trattato del ribelle, Milano, Adelphi, 1990, pp. 56, 58-59. ↩

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