Replicanti
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Los Angeles 2019, un poliziotto viene richiamato in servizio per eliminare quattro automi, cosiddetti replicanti, realizzati da una ditta privata per effettuare lavori pericolosi nelle colonie spaziali. I replicanti sono identici agli esseri umani, tranne che per la durata limitata della loro esistenza e per l’apparente incapacità di provare sentimenti. Proprio sulla registrazione delle reazioni emotive si basa il test, con cui il detective indentifica in Rachel, segreteria del proprietario della corporation, una replicante sperimentale, inconsapevole della propria vera natura. L’iper-razionalità delle risposte è l’indice dell’origine non umana di Rachel che ha comunque maturato una propria autonomia sentimentale, non programmata dai costruttori, esattamente come gli automi ribelli giunti alla consapevolezza del limite temporale della propria esistenza e desiderosi di prolungarla.
Blade Runner
Nel film (Blade Runner) è magistralmente tematizzata l’idea, connessa alle ricerche intorno all’intelligenza artificiale, di costruire una personalità compatibile, ossia determinabile da una fonte esterna e non inquinata dal rumore fuorviante e imprevedibile della libertà. Questa utopia ha conosciuto nella realtà un insormontabile ostacolo nell’impossibilità di immettere in un sostrato tecnologico il “senso comune” ossia quello sfondo di precomprensioni e credenze sulle quali si incarna il nostro concreto rapporto col mondo, che è anche alla base della creatività del pensiero. Rispetto agli insuccessi legati alla difficoltà di descrivere quello che accade ad avere una mente o a essere il soggetto di stati mentali, la ricerca è stata orientata piuttosto dal parametro dell’efficacia pratica, relativamente alla rapidità, all’economicità e soprattutto alla fedeltà nella trasmissione delle informazioni. Un atteggiamento che si è tradotto su scala sociale in un pesante controllo del comportamento linguistico, teso a in-formare il pensiero, cioè a trasformarlo da fonte continua incomunicabile in fonte discreta comunicabile, e a trattare tutto ciò che non è pertinente a questa preformazione da rumore eliminabile. Il compito demandato ai mezzi di comunicazione di massa ha prodotto cambiamenti strutturali, antropologici, nella stessa organizzazione delle facoltà mentali dell’uomo, sostituendo l’immaginario con un io-comune che risponde prevalentemente alle logiche di marketing appartenenti a una fantasia standardizzata, i cui desideri artefatti sono legati a reazioni emotive semplici.
Il processo si è reso funzionale alle esigenze dell’apparato tecnico-industriale di realizzare (e vendere) tutto ciò che può essere ideato in laboratori scientifici, il cui compito non consiste più nel rintracciare le leggi immanenti alla natura ma nello scoprire la sua segreta usabilità. Il comfort e il divertimento connessi a prodotti sempre nuovi sono stati anche lo strumento con il quale, per lungo tempo, il sistema politico occidentale ha surrogato la minaccia fisica caratteristica dei sistemi totalitari del Novecento al prezzo tuttavia di un conformismo ancora maggiore, al quale è stata sacrificata tra l’altro una facoltà tipicamente umana quale quella del dialogo interpersonale. Come paventava Günther Anders, già oltre mezzo secolo fa, notando che parlarsi richiede un minimo di distanza, la comunicazione ha senso solo se esiste un dislivello tra chi parla e chi ascolta. Qualora invece tutti disponessero ipoteticamente delle medesime informazioni e interpretazioni chiunque sarebbe in grado di ascoltare solo ciò che lui stesso può dire, e parlarsi diventerebbe inutile.1
Morte dell’anima
Alla nuova normalità provvede a dare il sigillo ufficiale una disciplina la cui reputazione è da tempo enorme: la psicologia, non per il rango scientifico che essa riveste ma proprio perché ammanta di scientificità l’adattamento dell’individuo alle potenze conformanti. Più che come scienza dell’anima, la psicologia si presenta infatti come un complesso di discipline di diversa origine, prive di un preciso statuto epistemologico, il cui campo tende a sovrapporsi a quello di altre discipline dai confini altrettanto labili: sociologia, antropologia, ecc., anche se il suo oggetto specifico (la psiche) è sempre più ancorato alla fisica delle cosiddette neuroscienze.
Ammettendo tuttavia di essere in grado di integrare psicologia, biologia e fisica, la psiche umana, ricondotta all’attività del sistema nervoso centrale, sarebbe totalmente compresa in termini di fisica atomica (ossia di interazione fra le componenti chimiche dell’organismo) ma quindi a sua volta compresa nella meccanica quantistica che ha introdotto l’osservatore come una delle componenti fondamentali del sistema osservato. Avremmo così percorso, in una serie di tappe, un processo epistemologico che, partendo dalla mente, torna alla mente. Un circolo vizioso anticipato da Michel Foucault in Le parole e le cose del 1966 in cui è ricostruito come, tra il XVII e il XIX secolo, l’uomo sia divenuto oggetto di un sapere che lo costituiva come tale, non soltanto a livello teorico, ma anche come risultato di un biopotere.
Dimentichi del precetto delfico “Conosci te stesso e conoscerai te stesso e Dio”difficilmente percepiamo il significato profondo del racconto biblico per il quale l’uomo fu creato secondo l’immagine divina: […] La psiche dell’uomo in qualche modo rispecchia il divino o si stringe a esso. Perciò, le nostre descrizioni sono anche, in un certo senso, descrizioni del divino. Un trattato di psicologia è anche una sorta di manuale di teologia. Se l’uomo è creato a immagine di Dio, la psicologia come scienza positiva e laica è del tutto impensabile. Ciò significa che non possiamo pensare a un campo chiuso di definizioni operative, né possiamo ridurre a un vero sistema le sue aberrazioni.222
Coniata per la prima volta nel XVI secolo da un professore di Marburgo ormai dimenticato: Rodolfo Goclenio, la parola psicologia è legata fin dall’origine alla possibilità di istituire una “scienza dell’anima” separata dalla verità in sé, dal valore in sé, quindi da Dio, e pertanto ha trovato un suo spazio solo con il declino della civiltà cristiana.3 All’inizio del XIX secolo, l’unica capacità attribuita all’anima era ormai quella di automantenersi in quanto fondamento di ciò che ci accade ma di fondamento inconoscibile, come il principio divino nella teologia negativa è esterno al mondo fenomenico umano, e quindi non più in grado di avere accesso a un “altro mondo”, le cui prove esperienziali erano ormai considerate pato-psicologiche o parapsicologiche.
La psicologia moderna è in questo senso una psicologia incompleta nella misura in cui si occupa soltanto di un tipo di uomo disorientato, la cui psiche deve essere ordinata da un equilibrio delle motivazioni, differente dalla scienza dell’anima di matrice platonico-cristiana nella quale l’ordine dell’anima è creato dall’orientamento alla trascendenza.
Il Leviathan
Fu nel XVII secolo che il filosofo inglese Thomas Hobbes colse per primo nell’ambito del conflitto fra le confessioni cristiane che aveva fatto seguito alla riforma protestante l’implicazione di un ordinamento sociale completamente separato dall’ordine dell’anima. Quando la fonte dell’ordine non è più determinata dal summum bonum deve orientarsi su ciò che è considerato il summum malum ovvero la paura della morte. La creazione della nuova persona collettiva che emerge dal patto fra i singoli, affinché riconduca la conflittualità della natura umana ad una volontà sola, non è riconducibile per Hobbes a una dimensione contrattuale. La fusione delle volontà è irrevocabile e genera il grande Leviatano (il misterioso mostro biblico simile a una balena), eretto a simbolo dello Stato totale.
Il Leviathan di Hobbes, come ha intuito Carl Schmitt, è anche «il primo moderno meccanismo in grande stile», nel quale la dimensione meccanica costituisce il fondamento dello Stato, centrale cibernetica (per usare un linguaggio contemporaneo) di una serie di macchine interne, operanti secondo procedure, cioè in sequenze preordinate di atti ad uno scopo che Hobbes indicava nell’uscita dallo stato di natura e nella protezione degli individui, ma che avevano ormai come fine immediato quello della produzione di norme, indifferenti nel contenuto, ma essenziali per tenerne in vita il corpo stesso.
Quando con riferimento alle nuove tecnologie (dal 5G, all’applicazione medica delle nanotecnologie fino al potenziamento dell’intelligenza umana attraverso l’immissione di particelle artificiali) parliamo, a torto o a ragione, di “transumanesimo” siamo stati in realtà anticipati di qualche secolo da Hobbes che, per definire il Leviathan, parla appunto di una seconda natura con la quale l’uomo imita l’arte di Dio nel governare il mondo, previa ideazione di un modello teorico che aveva ricondotto l’immagine classica del corpo politico ai principi primi del meccanicismo filosofico: materia, spazio, tempo, in grado in qualche modo di annullare la distanza fra naturale e artificiale. Il Leviathan per Hobbes non è tuttavia soltanto un automa, ma ha anche un’anima artificiale, la sovranità, che trascende il potere decisionale e coercitivo del singolo, per condividere con Dio la natura creatrice, nella misura in cui si rivela in grado di istituire questa seconda natura, trasformando la natura degli uomini. L’ancoraggio dell’ordinamento politico alla natura, caratteristico del tema medievale degli ingenia e delle inclinazioni individuali, era stato infine rovesciato da un potere in grado di plasmare gli uomini in funzione della propria esistenza.
Note
- “Alla domanda, se nel nostro mondo conformistico odierno già si parla meno che in quello di ieri e di avantieri, difficile trovare risposta. E invece evidente che già esistono situazioni di perdita di parola che lasciano presagire il peggio, per esempio la situazione della famiglia che siede senza parole davanti al teleschermo, mentre viene simultaneamente foraggiata.”A. Günther; L’uomo è antiquato : sulla distribuzione della vita nell’epoca della terza rivoluzione industriale, traduzione di Maria Adelaide Mori, Torino, Bollati Boringhieri, pp. 128-129. ↩
- J. Hillmann, Il mito dell’analisi, Milano, Adelphi, 2012, p. 163. ↩
- M. Vannini, La morte dell’anima. Dalla mistica alla psicologia, Firenze, Le lettere, 2003, p. 153. ↩
Davvero molto interessante.
Buon lavoro.