Declino della città
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Periodicamente, spesso in concomitanza di qualche tornata elettorale, si mette in luce il lento ma progressivo spopolamento dei centri storici delle città italiane, non soltanto di quelle minori, nei quali restano ad abitare anziani e stranieri. In alcuni casi si tratta di spazi quasi intatti, filologicamente spesso restaurati bene ma nei quali il tessuto commerciale è stato stravolto, dallo strapotere dei marchi internazionali, dalla fine delle botteghe artigiane e dall’abbandono dei residenti. Se la tendenza globale vede il contemporaneo progressivo spostamento delle popolazioni dalla campagna alla città i due fenomeni devono tuttavia in qualche modo collimare. Resta altamente problematico interpretare una morfologia della vita in comune in un certo senso inattesa da parte di chi, studiando gli effetti delle nuove tecnologie, si era piuttosto orientato a una teoria della “de-urbanizzazione”, a ciò indotto dal declino della struttura fordista nella produzione industriale e dal diffondersi di mezzi di comunicazione telematici. È avvenuto invece (anche in Europa), che oltre la metà della popolazione di nazioni come la Francia viva ormai nel cosiddetto periurbain, “l’area di insediamenti che si stende tra i confini delle città storiche e il territorio a bassa densità che per pigrizia mentale continuiamo a chiamare campagna”.1 In effetti, se le attività industriali sono state o hanno la tendenza a essere sempre più “delocalizzate” sia per quel che concerne il trasferimento in paesi con costi della mano d’opera più bassi che per la segmentazione delle attività produttive; le attività terziarie, i servizi, non hanno subito con la stessa intensità questo tipo di spinta alla decentralizzazione. O meglio, i lavoratori impiegati in tali attività con forme di contratto atipiche e indipendenti da grandi strutture organizzative (spesso anzi in forma autonoma), sono stati in qualche modo costretti a vivere nelle grandi città dove maggiori sono le possibilità di incontro, di scambio e quindi di lavoro. Il periurbain descrive un nuovo tipo di distribuzione sul territorio delle attività lavorative, incentrate attorno alle grandi reti di trasporto e agli shopping centers, anche se un certo tipo di vulgata diffusa dai media ha continuato fino a tempi recenti a interpretare questi fenomeni nei termini di una “fuga dalla città”, intesa forse appunto come centro storico.
L’appartenenza a una tradizione cittadina si configura tuttavia come esigenza vitale in chi da europeo, e specialmente da italiano, appartiene da mille anni prima di tutto a una città, la cui dimensione fisica ne rappresenta anche la cittadinanza morale e politica. Nella rievocazione della antica Parigi, fatta abbattere dal barone Haussmann all’epoca di Napoleone III, che attraversa tutto il racconto de I miserabili, Victor Hugo ha parlato senza perifrasi di quel genere di appartenenza: Tutti quei luoghi che non si vedono più, che forse non si rivedranno più, e di cui si è serbata l’immagine, acquistano un fascino dolente, tornano a noi con la malinconia di un’apparizione, ci rendono visibile la terra santa […]; li amiamo e li invochiamo così come sono e così come erano, e ci ostiniamo, e non vogliamo che ci sia nulla di cambiato, perché si tiene al volto della patria, come al viso della madre.2
L’ “esigenza vitale” di una continuità nella memoria non è espressione troppo forte per chi è chiamato a trascorrere le proprie giornate sulla scena anonima e ostile di un videogioco quotidiano da percorrere, diviso tra pericoli, interruzioni e contrattempi per raggiungere mete stabilite in tempi stabiliti, e per ritirarsi infine esausto in un appartamento seriale davanti a un video acceso. Occorre riflettersi in uno specchio che rimandi un’immagine nella quale riconoscersi per poter raccontare delle storie che facciano parte di una Storia e non soltanto di un computo statistico o di un censimento. Nessuno può mai essere lo stesso nel tempo: le esperienze maturate e le novità accadute rendono costante il mutamento, ma per condurre la propria esistenza in un universo sensato il tempo deve tradursi in durata, in tradizione che proprio in quanto stabile costituisce un orientamento e una guida, alla luce della quale regolare anche le proprie relazioni con gli altri. È evidente che senza possedere una memoria comune diventa impossibile percepirsi come una comunità. Il mutamento deve pertanto fondarsi su una base nel cui contesto il tempo sia almeno illusoriamente fermato se la vita sociale vuole strutturarsi in una specifica organizzazione temporale.
Rivoluzioni culturali
Di una manipolazione del passato e della memoria incentrata sullo sviluppo urbanistico si è resa paradigmatica l’esperienza della Cina a partire dalla Rivoluzione culturale, il cui avvio si fa non a caso coincidere con la distruzione di un tempio confuciano. Senza la radicalità con cui intere generazioni di cinesi sono stati rieducati sullo slogan “distruggere il vecchio mondo per costruire il mondo nuovo”, la sistematica cancellazione del retaggio storico delle città cinesi non sarebbe stata così pacifica. L’ attuale élite dirigente cinese è invece oggi in grado di operare spregiudicate operazioni di invenzione della tradizione o alternativamente di amnesia collettiva abbinando il modello di rinnovamento urbano introdotto a Singapore con logiche di disegno e di implementazione spietatamente top-down, allo sviluppo di siti turistici e all’investimento nelle opere teatrali in costume. Nessun luogo, nessuna traccia storica, nessuna tradizione locale è ormai immune da questa costante reinterpretazione guidata del passato: dalle scelte operate nel restauro [o alternativamente nella distruzione] di templi, pagode o stele a quelle che guidano l’istituzione (o la chiusura) di musei che commemorano eventi e personaggi reali o immaginari.3 All’effetto Disneyland di alcune delle maggiori operazioni: la rivisitazione spettacolare della presunta tomba di Yu il Grande nei pressi di Shaoxing, o la ricostruzione ex nihilo della cerchia delle mura di Qufu, luogo natale di Confucio, si è accompagnata la regia totalitaria che, ad esempio, in occasione del G20 di Hangzhou ha portato all’evacuazione di tre milioni di persone dal centro della città per trasformarne le aree paesaggistiche in una cartolina a uso dei partecipanti del summit.
L’Occidente aveva conosciuto in Francia una rivoluzione culturale negli anni immediatamente successivi al 1789, tesa come in Cina a “distruggere il vecchio mondo per costruire il mondo nuovo”, anche se più significativa a livello continentale è risultata la rivisitazione del passato in ottica nazionalista, che ha accompagnato per almeno un secolo l’intera Europa. Nei fatti tuttavia il grande cambiamento urbanistico e paesaggistico avvenne in nome di un lavoro non più unicamente legato all’aspetto fisico dei bisogni umani e a un’economia sostanziale, imprescindibile in ogni tipo di società umana. Il mutamento radicale si è manifestato infatti con l’affermazione del meccanismo offerta-domanda-prezzo sugli stessi fattori di produzione: il lavoro e la terra, chiudendo la società nella gabbia d’acciaio del mercato fino a trasformare lo spazio in un immenso cantiere.
L’esperienza italiana
È stato allora, tra fine Ottocento e inizio Novecento, che in Italia con la distruzione sistematica delle mura di molte città si è principiata la cancellazione del margine tra la città e la campagna, che ha provocato l’allargamento a macchia d’olio degli edifici a costituire informi periferie in una drammatica prospettiva di generale degrado. Se Milano poteva apparire vittima predestinata all’ineluttabilità di un progresso in qualche modo legato al suo ruolo di capitale economica, l’arbitrio di certe distruzioni traspare con maggiore evidenza se si fa coevo riferimento a una città della quale non fu mai invece in predicato la trasformazione in centro industriale: Firenze, che contrariamente a un errore corrente e diffuso nella memoria collettiva, relativamente a fatti e misfatti ai quali per “senso patrio” si è ritenuto di non dover dare adeguata pubblicità, ebbe il proprio centro medievale sventrato non a seguito dei bombardamenti della Seconda guerra mondiale ma del piano di risanamento approvato l’8 marzo 1888. Anche a Firenze l’amministrazione comunale si assunse la responsabilità di cancellare case e palazzi, strade, vicoli che costituivano la città di Giotto, Cimabue e Dante, sulle cui rovine la speculazione edilizia costruì l’algido centro neorinascimentale che conosciamo. A Roma invece la policentrica struttura della città pontificia fu sacrificata alle funzioni direttive e burocratiche centralizzate del nuovo Stato, una volta scartata la lungimirante idea di giustapporre senza sovrapposizioni l’urbe alla nuova capitale, come aveva suggerito anche il celebre prefetto parigino Haussmann. Furono stanziate grandi somme per la costruzione di magniloquenti edifici in grado di accogliere decine di migliaia di impiegati, segnando l’avvio di un’ondata di speculazioni edilizie che nelle zone inedificate dei colli videro la lottizzazione dei grandi parchi privati di cardinali e principi. Nel centro antico, secondo il modello ricorrente per l’epoca, il piano urbanistico si incentrò invece sull’apertura di viali. All’intersezione fra i due assi di via Nazionale e via del Corso (piazza Venezia), il nuovo regno celebrò sé stesso con brutali demolizioni di monumenti antichi e medievali, effettuate per realizzare l’immenso cenotafio noto come “Altare della patria”. Grandi sventramenti intervennero anche per l’apertura di via Cavour accompagnati da tutta una serie di “tagli” stradali nel fitto tessuto viario rinascimentale e barocco e dalla demolizione di antichi edifici come Villa Ludovisi, alla quale fece seguito un’operazione speculativa per la creazione di via Boncompagni e di via Veneto. Lo scrittore inglese Augustus Hare che visitò Roma in quegli anni scrisse che il governo italiano in pochi anni aveva devastato l’urbe più dei goti e dei vandali insieme.4
Per l’abbinamento di grandi realtà industriali alle antiche capitali preunitarie si dovette attendere il Novecento, valga fra tutti il caso di Venezia alla quale fu affiancato, ben visibile oltre la Laguna, il polo petrolchimico di Marghera, terraferma-periferia di cui è continuata la crescita a discapito del centro anche dopo la chiusura del polo. Vediamo discussa seriamente l’ipotesi di fare di Venezia un quartiere fra i tanti di una qualche Veneto City; vediamo accesi dibattiti sul progetto di edificare a Marghera il grattacielo più alto d’Italia […] Se non sapremo salvare con Venezia le sue acque, con il centro il margine, con la storia dei dogi l’ecosistema delle barene, con l’arte di Tiziano le mura d’acqua, il destino di Venezia sarà questo: al centro, un theme park, una Disneyland per turisti; al margine l’indistinto non-luogo di una piatta new town di terraferma.55
Fino al secolo scorso infatti era diffusa l’utopia che il tipo umano dell’Arbeiter potesse esprimere una nuova attività creativa, attingendo con la rinuncia all’individualità ad archetipi la cui conoscenza si era perduta con l’affermazione dell’individualità borghese (Jünger). Oggi, con le manifatture soppiantate dalla finanza, quel che resta della classe operaia è difficilmente riconducibile alle categorie novecentesche. È rimasto tuttavia il lavoro, inteso come mobilitazione totale, anche se sempre meno sono i lavoratori. L’aria della metropoli resta attraversata da ritmi sociali parossistici (consumo, entertainment), legati all’uso efficiente della risorsa tempo, rispetto ai quali la vita quotidiana dei più appare costantemente “arretrata”, specialmente in relazione al fenomeno del riversarsi esplosivo di popolazione nelle città che ha messo a confronto immigrati magari privi di adeguate conoscenze linguistiche con complicati sistemi di comunicazione e di organizzazione dello spazio, generando quel malessere che per usare l’espressione di Edward T. Hall ha trasformato i centri urbani “in vere e proprie fogne del comportamento”. L’economia dei servizi caratteristica delle conurbazioni globali ha dissolto le forme di socialità precedenti nel contesto delle grandi infrastrutture che hanno elevato la circolazione di uomini e merci a parametro di efficienza. Gli edifici non sono più ideati in funzione del territorio circostante o degli abitanti ma sono essi stessi in primo luogo infrastrutture: stadi, ponti, aeroporti, stazioni, magazzini, centri commerciali, simili ovunque anche se composti secondo infinite varianti che hanno decretato con l’esaurimento dei modi tradizionali del costruire anche la fine dell’equilibrio tra l’uomo e l’ambiente, riflessa nell’anonimato seriale dei moduli abitativi (dalle villette a schiera ai grattacieli). L’architettura anonima è funzionale a una vita impersonale che cerca una compensazione nel comfort privato degli ascensori, delle stanze da bagno, degli apparecchi di climatizzazione, in spazi residenziali difesi da codici di accesso, sistemi d’allarme e porte blindate.
Si è calcolato che ogni giorno in Italia venga coperto di nuove costruzioni l’equivalente di 251 campi di calcio. Sarebbe interessante sapere in quale percentuale la Lombardia contribuisca a questo poco invidiabile standard per il quale anche senza essere in possesso di una precisa verifica si può parlare di un “modello Milano”, se non altro per priorità cronologica, dal momento che, a partire dagli anni Venti, la città e il “contado” hanno iniziato a confondersi in un caos urbano inestricabile. Da allora, ogni città e successivamente ogni comune italiano hanno fatto progressivamente coincidere modernità e lottizzazione a spese dell’agricoltura e dei territori in un crescendo parossistico che tra il 1990 e il 2005 ha visto la superficie coltivata ridursi di 3 milioni e 663 mila ettari, un’area superiore a quella del Lazio e dell’Abruzzo insieme. Si tratta di un’autentica enormità per una nazione che non dispone degli spazi del Canada o dell’Australia. Gli “iperluoghi”: infrastrutture per i trasporti, magazzini per i servizi di logistica, aree industriali, centri commerciali sono i sintomi e al contempo i fattori dello smarrimento di una memoria condivisa, segnali di un morbo di Alzheimer collettivo che ha come conseguenza l’ingovernabilità e la perdita del senso di un destino comune, alla quale è stata riconosciuta come unica terapia l’applicazione di parametri economici di crescita e di competitività. Servizi fotografici e brochure turistiche continuano intanto a diffondere con l’immagine di un paesaggio “infuso di idealismo rarefatto e diluito, annacquato da altrettanto romanticismo” l’impressione erronea che esistano degli spazi nei quali ci possa sottrarre (pro tempore, generalmente per il periodo di una vacanza) ai ritmi e alle decisioni dell’economia globale. Si tratta della confusione tra gli effetti e le cause dovuta all’abitudine di non considerare i territori come luoghi sui quali la stessa natura e l’ambiente sono il prodotto dell’azione secolare dell’uomo, rispetto ai quali più che a una conservazione museale, sempre del resto minacciata, bisognerebbe ricreare condizioni di governo e forme di gestione alternative.
Smart City
È oramai nei fatti che l’universo informatico delle reti e della comunicazione tenda a destrutturare lo Stato inteso come amministrazione centrale e unitaria, privilegiando come interfaccia le città-regione. Rispetto a questa novità politica le istituzioni municipali tradizionali paiono disporre solo di strumenti di governo obsoleti, dal momento che in sé, la megalopoli informe non più leggibile secondo una prospettiva estetica o politica, e quindi non è più governabile nella sua totalità, ma è piuttosto la centrale locale di poteri globali che attraversano le realtà declinanti degli Stati si impongono a comunità e territori degradandoli a uno stadio semicoloniale. La fine delle modalità di controllo sociale caratteristiche dell’epoca borghese non è indice di una libertà accresciuta ma piuttosto dell’esasperata individualizzazione della società, rispetto alla quale il sistema disciplinare di reinserimento e di riabilitazione, divenuto o ritenuto troppo costoso, è sostituito da tecniche di neutralizzazione e di contenimento. Le aree cittadine privilegiate sono disconnesse dalle realtà locali come le élite globali che le abitano. Il loro corrispettivo è costituito da ghetti segmentati non solo a causa del censo, ma spesso anche su base etnica, elemento di identità per le categorie economicamente svantaggiate.
Ciò che sta emergendo è il divario sempre maggiore tra la spropositata capacità di dare forma al mondo espressa da minoranze egemoni sempre più potenti, ma non necessariamente più consapevoli, e quella di moltitudini di lavoratori/consumatori le cui franchigie appaiono sempre più irrilevanti e svuotate di significato.6 Anche in questo senso la Cina, in cui ogni istanza dal basso viene rappresentata, e talvolta nei fatti anche assume, i connotati di una velleitaria e scomposta rivolta, rappresenta il modello vincente che unisce le élite economiche agli eredi di quell’intellighenzia che nelle università americane, e poi in quelle europee, aveva rielaborato proprio i temi della Rivoluzione culturale, e che ancora oggi è ampiamente rappresentata nelle redazioni e nel sistema mediatico. L’educazione alla critica, la legittimazione all’espressione del dissenso, la discussione civica e civile, che in Cina sono irregimentati dai canali ufficiali del Partito sono diventati in Occidente retaggio dei mezzi di comunicazione di massa, che si sono a loro volta resi megafono di un nuovo ordine economico celato dietro una conclamata palingenesi ecologica. Le classi ambientali in cui sono stati divisi gli autoveicoli non hanno risolto, o anche solo significativamente migliorato l’inquinamento atmosferico, ma intanto hanno imposto il completo rinnovamento delle vetture circolanti, anche con incentivi pubblici, a tutto vantaggio delle case automobilistiche private. La Commissione europea ha indicato nel 2030 la data entro la quale le abitazioni private non dovranno più produrre “emissioni nocive”. Secolari tradizioni abitative saranno uniformate da anodini parametri dettati in sintonia con le lobbies del settore edilizio e immobiliare per il definitivo abbandono dei centri storici a favore di ipercontrollate smart city.
Note
- La dimensione metropolitana. Sviluppo e governo della nuova città, a cura di G. Martinotti, Bologna, Il Mulino, 1999, p. 13. ↩
- V. Hugo, I miserabili, libro V, cap. I, traduzione di Mario Picchi, Torino, Einaudi, pp. 421-422. ↩
- D. Brigadoi Cologna, Non è un paese per ribelli, in A cinquant’anni dalla Rivoluzione culturale, “Orizzonte Cina”, vol, 7. n. 4, luglio-agosto 2016, p. 3 ↩
- S. Ciranna, G. Doti, M. L. Neri, Architettura e città nell’Ottocento, Roma, Carocci, 2011, pp. 287-292. ↩
- S. Settis, Se Venezia muore, Torino, Einaudi, 2014, pp. 92-93. ↩
- Non è un paese per ribelli, ibidem, p. 2. ↩