Destino 5G
“Gentile cliente, il 13 giugno 22 TIM ha avviato il progressivo spegnimento della rete 3G che sarà sostituita dalle tecnologie 4G e 5G. Poiché il tuo dispositivo non supporta le chiamate con le nuove tecnologie, in assenza di rete 3G, userai la rete 2G per telefonare e inviare sms, ma non potrai più navigare contemporaneamente in Internet sulla rete 4G. Per fruire al meglio della qualità della rete Tim, ti suggeriamo di valutare la sostituzione del vecchio smartphone.” Questo il tenore del messaggio arrivato via SMS da uno dei principali gestori nazionali (dopo che Vodafone aveva già spento la sua rete 3G quasi un anno fa), a chi è ancora in possesso di dispositivi di telefonia “obsoleti”, per costringere ad adeguarsi al progresso annunciato dal Ministro per l’Innovazione Tecnologica e la Transizione digitale. Vittorio Colao ha illustrato infatti il 5 luglio 2022 lo stato di attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) per la digitalizzazione, il cui asse portante è costituito dalla diffusione della Banda ultralarga in tutto il Paese. Il 5G non è tuttavia semplicemente l’aggiornamento tecnologico del 4G in merito alla velocità della connessione e della risposta sulla rete wireless. La differenza rispetto alla quarta generazione è data infatti dalla disponibilità di un numero sempre maggiore di dispositivi collegabili allo stesso momento tali da permettere lo sviluppo dell’intelligenza artificiale attraverso l’estensione di internet agli oggetti e ai luoghi. La base insomma di un’utopia (o di un incubo) burocratica che dietro la definizione neutra di “digitalizzazione della Pubblica Amministrazione” mira alla coincidenza senza intermediari della realtà con lo Stato in cui lo Spirito Assoluto preconizzato da Hegel è diventato più modestamente un cloud.
Il dubbio principale in merito al programma del ministero riguarda tuttavia l’annunciato: “rilancio della cultura”, sempre che essa non sia identificata tout court con l’industria del turismo, dal momento che esiste una fondamentale differenza ontologica fra il calco digitale del mondo e il tentativo di riprodurre la vita coi segni da parte delle arti. Come ha scritto Walter Siti in merito allo sforzo in tal senso da parte della letteratura: la cosa più difficile da riprodurre è la sua densità: la vita non è la somma di elementi discreti [come le serie di 0 e di 1 dei linguaggi informatici], i livelli di significazione vi si affollano in un tutto continuo. Dunque chi vuole rappresentarla deve rendere compatta la rappresentazione mediante contiguità […] A questo serve lo stile, ovviamente, che dev’essere una trappola liscia ma inflessibile, con un ritmo ambiguo che non perdoni; ma servono anche meccanismi di contenuto e di contesto, incroci, conferme interne ed esterne, giochi col paratesto, ridondanze che abbiano il sapore della naturalezza.11
L’ingenuità del realismo naturalista emerge invece dalla ricostruzione digitale dell’universo sensoriale che ci illude di essere gli spettatori di prima fila nel “teatro della realtà”. Il trucco da prestigiatore riesce solo per la ridondanza degli stimoli tecnici dai quali i nostri sensi sono quotidianamente inondati, ma chiarisce anche l’essenza socio-politica della rivoluzione digitale.
In virtù della potenza computazionale assunta dai microelaboratori elettronici, la teoria dell’informazione è diventata il medium tra le scienze fino a costituire un sistema unitario: il “sistema tecnico”, che (Ellul) esiste «essenzialmente perché tra i diversi fattori si è stabilito non un rapporto meccanico (i diversi ingranaggi di un meccanismo d’orologeria: non è così che si deve immaginare il sistema tecnico!), ma un insieme sempre più denso di rapporti di informazione».2Non si tratta soltanto, e neppure primariamente, della trasmissione di dati scientifici ma dello scambio permanente e ordinario di migliaia di operazioni tra settori tecnici resa possibile dai computer, grazie alla quale sono state create le grandi strutture computazionali che presiedono all’estensione illimitata delle organizzazioni economiche ed amministrative. Il costante rapporto tra sottosistemi tecnici permette la costituzione del sistema tecnico nel suo insieme, il quale oltrepassa la comprensione e l’organizzazione umana anche se ovviamente le sue componenti sono programmate dall’uomo. Il carattere disumano dell’apparato tecnico, universalmente esteso e capillarmente ramificato, non è dunque occasionale o derivante da un uso deviato, ma strutturale, perché corrispondente a un divenire perenne ma privo di significato in sé, in quanto connesso unicamente a procedure che ne assicurano e accelerano il funzionamento.
A una verifica empirica si manifesta tuttavia il paradosso che là dove la scienza penetra capillarmente coi suoi metodi e strumenti la felicità scompare in modo direttamente proporzionale alla crescita dei mezzi e delle possibilità a disposizione dell’uomo. Come aveva sottolineato Ernst Jünger, in una società dominata dalla tecnica viene meno una delle facoltà essenziali dell’uomo: la contemplazione, premessa per attingere a grandi forze quali la fede, la bellezza dell’arte e della natura.3
Ma più in generale quale tasso di partecipazione emotiva, oltre alla costante ansia da “adeguamento”, può riservarci un destino “precompilato” come il modello 730 messo ogni anno a disposizione dal Ministero delle Finanze?
Note
- W. Siti, Il realismo è l’impossibile, Roma, Nottetempo, 2013, pp. 17-18. ↩
- J. Ellul, Il sistema tecnico. La gabbia delle società contemporanee, prefazione di Jean-Luc Porquet, Milano, Jaca book, 2009, p. 118. ↩
- E. Jünger, Al muro del tempo, Milano, Adelphi, 2000, p. 55 (ed. or.: An der Zeitmauer, 1959). ↩