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Il Gallo Silvestre

PRIMA PAGINA

Legittimità e sacrificio

di Il Gatto Arrabbiato11 min di lettura

In questo articolo
  1. Violenza asimettrica
  2. Razionalizzazione e violenza
  3. Note

Il concetto di “scontro di civiltà” non è forse il più adatto a descrivere i rapporti tra i Paesi occidentali e gli Stati islamici se ci si limita alla prospettiva geopolitica della questione, considerati il numero e la complessità degli interessi in gioco fra i quali non è possibile individuare due campi contrapposti, ma piuttosto una serie variabile e mutevole di fronti ispirati dalla più cinica realpolitik. L’idea mantiene tuttavia una validità nella descrizione del “confronto asimettrico” fra due visioni del mondo bene esemplificate dalla diversa tipologia di aggressione condotta fra le parti.

 

Violenza asimettrica

Nel 2016, il presidente Erdogan in occasione del referendum costituzionale, che si avviava a trasformare la Turchia in una repubblica presidenziale nelle sue mani, ha accusato Olanda e Germania, paesi in cui vivono la maggior parte dei due milioni e mezzo di turchi residenti in Europa con passaporto UE nientemeno che di “neonazismo” per avere vietato alcuni comizi a suo favore. Il che non ha impedito peraltro all’”integrata” minoranza di esprimersi in modo plebliscitario per il presidente.
Nel 1998 del resto, quando era ancora soltanto il sindaco di Istanbul, Erdogan aveva dato un saggio di ciò che significa per lui l’integrazione: “I minareti saranno le nostre baionette! Le cupole i nostri elmi e le moschee le nostre caserme! Ogni musulmano sul suolo europeo sarà un presto un nostro soldato!”.  Il concetto è stato ribadito in altri termini nel corso della campagna elettorale del 2016 ai turchi europei con un appello alla colonizzazione demografica del continente: “Non fate tre figli! Fatene cinque! Perché voi siete il futuro, l’avvenire dell’Europa!”. Le dichiarazioni di Erdogan non hanno avuto un’eco duratura sui media, che hanno anzi generalmente evitato ogni commento a questi espliciti appelli all’islamizzazione, ma trattandosi di dichiarazioni politiche esse sono state comunque rubricate come news. Una frase isolata da un libro di Roberto Calasso consente invece di aprire uno spiraglio sull’epocale aggressione culturale, che non facendo tuttavia appello alla violenza politica nessuno ha registrato come tale: Poco prima che si chiudesse il millennio, nei Paesi islamici, come in quasi tutto il resto del mondo, diventò possibile accedere in pochi secondi alla visione di un numero illimitato di corpi femminili nudi mentre compiono atti sessuali. Fu un oltraggio estremo e una attrazione indomabile, più che in altri Paesi.1
La condanna senza appello dell’American way of life, avvenuta nell’ancora “puritano” 1948, era già stata alla base della conversione di Sayyid Qutb, funzionario egiziano inviato negli Stati Uniti con una borsa di studio per studiare l’inglese. Militante della Fratellanza musulmana, Qutb scrisse in carcere un libro: Pietre miliari, contenente le istruzioni all’”avanguardia” che avrebbe dovuto conquistare il mondo sottraendolo, nel nome dell’Islam, alla jahiliyyah, la perniciosa “ignarità” che accomunava gli islamici non obbedienti alla sharia a tutto il resto dei viventi. Fu la guida per l’azione di un altro egiziano, al Zawahiri, e per il suo compagno Osama bin Laden, così come per colui che sarebbe diventato l’ayatollah Khamenei.2

Oltraggio e attrazione sono polarità che rinviano alla categoria individuata da René Girard (1923-2015) della “rivalità mimetica”, alla radice dei conflitti fra individui, Paesi, culture sulla base della concorrenza piuttosto che della differenza per cui (come Girard ha affermato in una delle ultime interviste) nel confronto planetario gli islamisti lungi dal distanziarsi dall’Occidente non possono impedirsi di imitarlo, d’adottare i suoi valori senza confessarselo, e sono tutti ossessionati quanto noi dalla riuscita individuale e collettiva.3
Il multiculturalismo, che vorrebbe rinnegare le radici occidentali, è invece la più lampante prova di quella stupefacente capacità di assimilazione e di rinnovamento che caratterizza l’Occidente da almeno un millennio.4 È in Europa infatti che, nel corso del XX secolo, è stato fissato il quadro planetario dei rapporti sociali e politici ed è ormai acquista la nozione che il concetto di Stato non sia un concetto generico in base al quale sia ancora possibile parlare, come nell’Ottocento, di uno “Stato ellenico”, di uno “Stato medievale” o di uno “Stato degli Inca”, ma la forma di un ordinamento politico costituitosi tra il XIII e il XIX secolo, la cui genesi ebbe il punto nodale nella separazione di religione e politica seguita allo scisma delle confessioni cristiane.5
Ernst Bockenförde ha individuato nel testamento del cardinale di Richelieu (1585-1642) la consapevole adozione, da parte di chi era stato al contempo uomo di Chiesa e primo ministro, del principio machiavellico di coincidenza fra la vita privata del principe, esemplare e corretta, e una condotta politica ispirata invece dalla sola raison, per la quale il riferimento religioso era ormai solo indiretto: la ragione umana è creata da Dio, ma nell’effettualità obbedisce soltanto a se stessa.
La Rivoluzione francese ha portato a perfezionamento lo Stato politico, astratto sia dall’origine storica che dalla fondazione divina, ponendolo a connessione e a garanzia della singola personalità libera e autodeterminata: l’individuo. Quella che in termini teorici doveva essere la guarentigia per la libertà confessionale si è tuttavia manifestata nel Medio e Vicino Oriente come il suo opposto: la convivenza dei cristiani con i musulmani era stata possibile nella comunità dei credenti di fede islamica, pur con limitazioni di ordine religioso e giuridico, nella misura in cui erano rimaste in vigore forme pre-statuali di governo e ciò fino agli inizi del XX secolo per la presenza nell’impero ottomano dei cosiddetti millet (nazioni), tramite i quali le comunità cristiane erano rappresentate presso la Sublime Porta. “Secondo alcuni studiosi, tale sistema sarebbe nato soltanto nel secolo XIX, a partire dalle riforme amministrative del 1839; per cui il sistema dei millet, tanto decantato per la sua tolleranza, sarebbe in realtà un fatto tardivo, proiettato anacronisticamente in un contesto storico più antico. Tale teoria è però negata dalla maggior parte degli studiosi di questa materia, secondo i quali il sistema dei millet sarebbe nato dopo la conquista ottomana di Costantinopoli (1453), accogliendo elementi di un antico diritto (o tradizione) pre-ottomano che disciplinava il rapporto tra musulmani e cristiani”.6 Il profilo giuridico del millet risulta difficilmente comprensibile in un ordinamento giuridico statuale, ma presenta invece delle analogie con quello dell’antica tradizione imperiale europea del Reichsstand, in cui confluivano molteplici significati per designare una realtà a sua volta composita che comprendeva: persone fisiche, diete, collegi locali e città rappresentate al Reichstag, dopo la Riforma protestante, anche su base confessionale. Non è un caso che proprio l’impero austro-ungarico, erede di quella tradizione, abbia cercato di dare forma, tardiva, dopo l’occupazione della Bosnia-Erzegovina (1878) a un islam europeo come testimoniano ancora oggi gli edifici pubblici costruiti in uno stile considerato rappresentativo dei musulmani locali.

 

Razionalizzazione e violenza

Secondo padre Giuseppe Sale furono il nazionalismo, alla base della legittimazione ideologica dello Stato e l’imperialismo, ad esso strettamente connesso, a mettere in crisi questo sistema di coabitazione fra mondi e culture diverse, a partire proprio dai Balcani, quando dietro la bandiera della lotta per l’indipendenza greca si mobilitò tutto l’Occidente, tanto malato di romanticismo quanto avido di estendere la propria influenza politica sul Vicino Oriente. Un poco alla volta le altre etnie balcaniche (bulgari, rumeni, bosniaci, macedoni e altri) scoprirono la propria identità nazionale e combatterono per liberarsi dal giogo turco. Gli antichi millet cristiani, in particolare quelli di fede calcedonese, rivendicarono, sul modello occidentale, il diritto ad avere un territorio proprio assicurato da confini certi, dove si parlasse la stessa lingua e si professasse la stessa religione, ad essere cioè uno Stato nazionale.7 Contemporaneamente si affermava nell’impero ottomano un movimento politico: i Giovani Turchi (Genç Türkler), ispirato alla mazziniana Giovine Italia con lo scopo di trasformare l’impero in una monarchia costituzionale con un ordinamento amministrativo centralistico e un esercito modernamente addestrato ed equipaggiato. Malgrado la proclamata laicità del movimento, una delle maggiori prove di efficienza del nuovo governo fu il genocidio operato su base etnico-religiosa degli Armeni nel 1915, che pose fine alla secolare convivenza di cristiani e musulmani. Esito ulteriormente ribadito con il crollo dell’impero ottomano successivo alla guerra del 1914-18. A eccezione della Turchia, gli altri territori dell’impero furono posti sotto “mandato” francese o inglese e si strutturarono dal punto di vista amministrativo secondo modalità occidentali, sulla base di principi laici che furono tuttavia vissuti come una ferita inferta all’islam da parte dei musulmani più osservanti. Le comunità cristiane furono allora percepite come corpi estranei e nemici e alcune importanti città orientali, come Antiochia e Alessandria, furono in breve tempo completamente «islamizzate».
Un’avanguardia in questo senso era rappresentata dall’emirato saudita che se da un lato aveva iniziato a evolvere in forma statuale fin dal 1902, dopo che Abd el-Aziz ibn Sa’ud ebbe riportato l’Arabia nelle mani dell’omonima dinastia, lo fece mantenendo fede al patto stipulato nel 1744 fra il fondatore del wahhabismo Muhammad al-Waahab e l’antenato dei Sa’un, Muhammad. Il movimento dei wahhabiti si era riproposto un ritorno all’islam delle origini, considerando deviazione e idolatria qualsiasi elemento culturale si fosse aggiunto alla lettera del Corano, non solo a livello di predicazione ma nei fatti, come fu chiaro quando Muhammad il riformatore giunse nelle città dell’emirato e pretese l’abbattimento degli alberi sacri, la distruzione delle tombe dei santi, la chiusura dei locali pubblici, la lapidazione delle adultere.
Lo Stato dell’Arabia Saudita fu proclamato nel 1924 quando i Sa’ud conquistarono Medina e La Mecca, facendo dell’islam wahhabita la religione ufficiale. In meno di cinquant’anni tutte le testimonianze del passato furono cancellate in nome di un monoteismo intollerante verso tutte le mediazioni sensibili, col paradossale esito che oggi la città santa sembra la realizzazione concreta del manifesto degli architetti futuristi. La minoranza sciita fu subito oppressa mentre ai cristiani, che allora non risiedevano in numero significativo nella penisola arabica,  mentre sono oggi per motivi di lavoro una percentuale significativa degli oltre 8 milioni di lavoratori stranieri presenti, è del tutto negata ogni possibilità di culto e non sono infrequenti arresti ed espulsioni per “attività blasfeme”.
L’adozione della shari’a, la legge sacra interpretata e sviluppata dal diritto islamico sulle fonti canoniche, in primo luogo il Corano , come legge fondamentale dello Stato è parsa la risposta più efficace alla modernizzazione tecnica e amministrativa per ovviare al processo che in Occidente è stato definito secolarizzazione.
Anche in Europa, agli inizi del XIX secolo, si era cercato di sfuggire a queste conseguenze ma l’idea di uno “Stato cristiano” si era presto rivelata il connubio di due concetti antitetici. Da allora, sulla scorta di Hegel, il movimento di secolarizzazione dell’età moderna è stato generalmente interpretato dalle élite occidentali in chiave positiva non come negazione ma come realizzazione del contenuto del messaggio di Cristo concretizzato nell’abolizione di ogni forma sacrale e di culto pubblico a favore di un ordinamento temporale del mondo improntato dalla ragione. Con movimento uguale e contrario l’islam ha subito la penetrazione wahhabita, ivi comprese le comunità di più o meno recente immigrazione europea, anche in virtù dei duecento miliardi di dollari spesi dai sauditi negli ultimi decenni per diffondere il messaggio integralista in tutto il mondo.
L’accordo fra re Baldovino del Belgio e re Faisal dell’Arabia Saudita risale a più di quarant’anni fa: dottrina in cambio di petrolio. Oggi ci sono in Belgio quasi quattrocento moschee, di cui 77, compreso il padiglione orientale ottocentesco ceduto per la costruzione della Grande Moschea, solo a Bruxelles, che non è più soltanto la capitale della UE e della NATO ma anche del wahhabismo e del terrorismo islamico europeo.8
Migliaia di madrasa finanziate dai sauditi stanno svolgendo le loro funzioni di indottrinamento anche in Olanda, Germania, Bosnia. In Francia l’emirato del Quatar ha invece preso il sopravvento come finanziatore delle grandi moschee con minareto. Una è sorta a Poitiers col nome di Balat al Shuhada, il nome islamico dato alla battaglia di Poitiers, combattuta nel 732 dai franchi guidati da Carlo Martello che riuscirono a fermare l’avanzata araba a nord dei Pirenei. Il Quatar ha investito anche nella moschea parigina di Saint-Denis, quartiere periferico ad alta concentrazione islamica, ma che prende il nome dall’abbazia gotica dove sono le tombe dei re di Francia e dove era custodito l’orifiamma, il vessillo portato alla testa delle truppe reali. Decisamente, l’emiro ha un senso storico più spiccato degli intellettuali decostruzionisti e degli epigoni di un orientalismo che opera sottili distinzioni fra i riti sunniti d’antan e le innumerevoli sfumature dell’islam già comunque messe fuori gioco dall’’integralismo. Quello del wahhabismo e del contemporaneo movimento della Rinascita (al-Nahda), nato in Egitto dopo la breve occupazione francese seguita alla spedizione napoleonica, e che può essere considerato la matrice teologica dei Fratelli musulmani, sembra essere l’unico islam destinato ad avere un’influenza soprattutto sulle giovani generazioni. Il sunnismo, con la sua dottrina purificata, ha lasciato sopravvivere la sola conflittuale differenza con lo sciismo. Il progetto dei riformatori non era quello di rinnovare l’islam ma di islamizzare la modernità. In ordine ai preconcetti anche l’equazione ordinariamente stabilita fra islam e etnie arabe va parzialmente rivista alla luce della presenza islamica ormai preponderante nell’Africa subsahariana, non solo in Somalia, ma anche in paesi dell’Africa occidentale dove i musulmani costituiscono la maggioranza degli abitanti del Niger, della Mauritania, del Senegal, della Guinea-Conakry.9 In questi paesi l’islam ha improntato i modelli culturali e sociali di convivenza fino a proporre l’adozione della shari’a come legislazione dello Stato o come sua fonte principale di ispirazione.
La presenza islamica nel contesto delle stesse società occidentali ha messo in discussione la semplificazione di chi vedeva nell’ideologia dei diritti individuali la ricetta per la pace universale, inducendo a riflettere sul fatto che anche lo Stato secolarizzato tragga (o abbia tratto) la propria vitalità dalle forze vincolanti interne trasmesse dalla fede religiosa dei suoi concittadini.10 Fondamenti morali prepolitici rispetto ai quali anche l’idea di un ethos universale ha rivelato il proprio carattere astratto. E’ un dato di fatto che la nostra razionalità “secolare” per quanto chiara appaia alla nostra ragione formata secondo modalità occidentali, non è evidente a ogni ratio; è un dato di fatto che essa, nel suo sforzo di rendersi evidente come razionalità, urta in certi limiti. […] In altre parole, non esiste una formula per tutto il mondo, una formula razionale, etica o religiosa che sia, sulla quale tutti siamo concordi e che possa sostenere la totalità,11 così come astratta si è rivelata la  risposta  nei confronti dell’egemonia dell’utilitarismo nelle scienze sociali che, pur sotto differenti etichette: nuova storia economica, teoria dei diritti di proprietà, teoria dell’azione razionale, individualismo metodologico,  parte dall’assunto che tutte le azioni umane facciano riferimento al calcolo strumentale di individui egoisti separati. Si tratta di un approccio antropologico che accomuna fra loro teorici del neoliberismo e generosi utopisti (spesso si tratta anche di figure istituzionali: vescovi, sindaci, ecc.), che chiedono per motivi umanitari l’abbattimento dei confini geografici, etnici, professionali e politici di cui si compone l’identità dell’uomo, ma il cui messaggio arriva, quando arriva, a quella parte della società individualizzata, frammentata e mediatizzata ma non alle comunità strutturate di stranieri sensibili alla propaganda degli Erdogan!

 

Note

  1. R. Calasso, L’innominabile attuale, Milano, Adelphi, 2017, p. 21.
  2. R. Calasso, ibidem, p. 22.
  3. https://www.glistatigenerali.com/filosofia_terrorismo/rene-girard-la-rivalita-mimetica-e-lislam/
  4. R. Girard, La pietra dello scandalo, a cura di G. Fornari, Milano, Adelphi, 2004, p. 53.
  5. E. W. Bockenförde, La formazione dello Stato come processo di secolarizzazione, in Cristianesimo e potere, pp. 101-122.
  6. G. Sale, Stati islamici e minoranze cristiane, Milano, Jaca Book, 2008, p. 199.
  7. G. Sale, ibidem, p. 202.
  8. T. Ward, Per capire oggi il Medio Oriente. Quello che i media non dicono dell’ISIS, Firenze, Libreria editrice fiorentina, 2018, p. 12
  9. G. Sale, ibidem, pp. 145-153.
  10. E. W. Bockenförde, ibidem, p.122.
  11. J. Ratzinger, Ciò che tiene unito il mondo, in Etica, religione e Stato liberale, Brescia, Morcelliana, 2004, p. 54.

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